Quando scegliamo di approcciarci al cinema della regista britannica Emerald Fennell, si ha l’impressione, con poche scene, di essere davanti a qualcosa di assolutamente innovativo. La regista ha una lunga carriera nel mondo del cinema e della televisione. Nata a Londra il 1 ottobre dell’85, Emerald Lilly Fennell ha due anime che pulsano all’unisono: quella gotica, dai lunghi corridoi medioevali, e quella glamour moderna, che si infila le calze a rete o si denuda coraggiosa sotto i riflettori, ma pur sempre, con un piano segreto, un coltello affilato dietro la schiena.
Dal teatro studentesco alla prima serie televisiva
Emerald Fennell è una scrittrice, sceneggiatrice e produttrice cinematografica. Ha conosciuto la bellezza del palcoscenico durante un corso di teatro ad Oxford, durante gli anni di studio accademico. Da lì, un percorso in salita. Nel tempo Fennell matura una sensibilità verso non semplici film, ma pozioni che schizzano, esperimenti fumanti, che esplodono in tinte fluo su pubblico e critica. Si approccia alla cultura di massa con il primo prodotto mainstream: Killing Eve. Una serie tv dark comedy, distribuita da Sky e prodotta da BBC America, per la quale fa da showrunner e sceneggiatrice nei primi sei episodi. Si fa conoscere dal mondo hollywoodiano con il suo talento d’attrice nel secondo decennio degli Anni ‘2000. Recita in pellicole di successo come Mr. Nice (2010), Anna Karenina (2012), The Danish Girl (2015) fino al recentissima Barbie (2023). Nello stesso periodo si divincola con serie tv emblematiche, sia nel Regno Unito che in America, Victoria (2017) e The Crown (2019-2020).

Una donna promettente: il successo mondiale di una commedia nera
Quando arriva l’idea della sceneggiatura di Una donna promettente, nessuno può prevedere il successo a cui sarebbe andato in contro. Il film viene presentato al Sundance Film Festival del 2020, ed esce al cinema, dopo l’embargo COVID-19, il giorno di Natale del 2020. Rotten Tomatoes dà un giudizio positivo del 90% e vola agli Oscar 2020, con 5 nominations e 1 statuetta vinta.

Il film si aggiudica infatti il premio alla Miglior sceneggiatura originale. Il primo timbro ad una filmografia riconoscibilissima. Una donna promettente segue il piano di vendetta di una gioavne studentessa, addolarata dalla morte della sua migliore amica, violentata e uccisa da un uomo in discoteca. La protagonista si finge ubriaca tutte le notti per far cadere i malintenzionati e spaventarli a morte. L’epitaffio del cinema della Fennell sarebbe proprio il tema centrale di questo film: la donna al centro, e una fotografia che esaspera i contrasti e bagna di luce a neon i personaggi. I locali sono al tempo stesso vivaci e alienanti, come le anime degli uomini malintenzionati.
L’eroina non orchestra solo un piano intelligente ma accetta durante il corso del film, di fare pace con i suoi fantasmi e con sé stessa. Non tutto va come crediamo, non tutto scorre lineare lungo i binari. Il finale, che non riveleremo, fa saltare gli stilemi tipici del survivor movie e chiude il sipario su un genere che solo alla fine si svela davvero: un genere nuovo, senza etichette, senza un solo linguaggio. Il gotico e il pop-glamour si scontrano violenti e ci preparano ad un cinema provocatorio e squisitamente contemporaneo, quello che forse solo ora ci somiglia davvero.

La fotografia graffiante di Fennell contro l’estetica dreaming di Sofia Coppola
Confrontando il suo cinema a quello di Sofia Coppola, ci accorgiamo subito delle differenze. Parliamo di due donne che si sono approcciate al cinema molto giovani, due donne che hanno sempre messo la donna e i suoi inconfessabili segreti al centro dei loro film. Mentre però la Coppola disegna a colori acquerellati un’estetica dreaming, etera e sempre giovane, la fotografia della Fennell accende dei fortissimi contrasti, gli stessi di cui gode il suo mondo concettuale. Sofia Coppola, guardando a: Il giardino delle vergini suicide, Priscilla, Lost in Traslation, scava nella mente femminile, ma ne esalta i colori pastello, il rosa pesca, il verde mela, l’azzurro tiffany, per rivendicare una femminilità dolce e sognante. La stessa dalla quale si viene stupiti, nel corso del film, per la sua connaturale forza morale.

Donne coraggiose che sanno mettersi in discussione e accettano il crollo del mondo che le circonda. Emerald Fennell denuncia un torto ancestrale fatto alle donne, e lo fa proprio con una fotografia più sfacciata, più netta. Non conosce veli, ma acceca con i neon e ammalia con texture in pelle rosso fuoco. Spesso questo mondo si scontra volutamente, come in Una donna promettente, e in Cime Tempestose, con l’estetica dreaming alla Coppola, ma solo per confondere.
Nessuna dama di corte può sopravvivere nel suo cinema, nessuna distrazione è concessa alle donne nella società malata e maschilista in cui vivono. Catherine di Cime Tempestose esautora questi concetti e se li vede tutti su di sé, grazie ad un abbigliamento che fa scontrare corsetti ottocenteschi e brillanti barocchi. Candore e pulsione erotica splendono in un cinema in cui abbassare la guardia, specie per le donne, non è più possibile.

Nel mondo gothic-glamour di Saltburn
Questo ci dà l’opportunità anche di legare il film subito precedente a Cime Tempestose e che Emerald Fennell ha portato anche alla Festa del Cinema di Roma nel 2023. Stiamo parlando di Saltburn, distribuito da Prime Video, vede protagonista, ancora una volta, Jacob Elordi, e insieme a Oliver Quick, nei panni del dannato e inquietante Barry Keoghan. La pellicola gronda dei tratti più estremi del cinema di Fennell: la trasgressione si fa satanismo, il gotico si incupisce nettamente e il gusto per l’antico, come in Cime Tempestose, incontra la modernità di musica e abbigliamento.

In Saltburn il mondo maschile dei due protagonisti fa da detonatore al mondo glamour gothic della Fennell. Il film segue la storia di Oliver, invitato a trascorrere l’estate nella sontuosa tenuta di famiglia, Saltburn. Oliver è invaghito di Felix Catton (Elordi), ricco e bellissimo. Oliver manipola gli altri e si insinua nella vita dei Catton con intenti oscuri, innescando una serie di eventi tragici e spietati. Ancora una volta un anello maledetto stringe il campo semantico della morte con quello dell’amore, senza recisioni.
L’azzurro nel cielo in Cime Tempestose
La ricerca d’affetto non riesce e, forse inconsciamente, non vuole, mettere da parte il dolore, il sacrificio, la perdita. Eros e Thanatos di Cime Tempestose rinasce proprio dal mondo maledetto di Saltburn. Margot Robbie però scorge un filo di azzurro nel cielo in tempesta. La speranza che un sentimento così forte possa salvare e non cadere, c’è per la prima volta, nella filmografia di Fennell.

C’è speranza che la complicità e la passione lascino spazio alla felicità? I finali tragici direbbero di no, eppure Cime Tempestose regala due ore di ribellione, di passione catartica, e di esperienze passionali dall’intensissima autenticità. L’esplosione cinematografica di Emerald Fennell, tra minaccia vendicativa e amore, tra i sentimenti oscuri dell’essere umano e quelli più benevoli e sognanti, si scontrano violenti, ma per la prima volta con un filo di liberazione. Chi vince in questa battaglia concettuale? Nella società, come sul fondo dell’anima, dormono gli istinti. Seguirli porta all’autenticità del reale o all’autodistruzione? La risposta è in chi guarda e in chi si lascia andare al cinema liberatorio e sfacciato di questa talentuosissima regista.
Doriana Gatta





