La storia è tristemente nota a tutti: per dieci anni, Dominique Pelicot ha drogato e sedato sua moglie, Gisèle Pelicot, invitando in casa sconosciuti, contattati online, per abusare di lei, mentre era priva di sensi. Al termine del processo contro di lui e contro gli altri uomini coinvolti, i giudici hanno condannato l’uomo a vent’anni di carcere, e i suoi complici a simili pene detentive. Suo malgrado, Gisèle è diventata un simbolo mondiale di coraggio e lotta alla violenza di genere, comparendo in tribunale e affrontando a viso aperto l’ex marito e agli oltre cinquanta uomini che l’hanno violentata per circa un decennio.
Nonostante la caparbietà dimostrata, il calvario giudiziario e la consapevolezza di essere stata tradita da chi diceva di amarla l’hanno ovviamente segnata nel profondo. Nella sua prima intervista televisiva, sul canale France 5, Pelicot ha deciso di raccontarsi nuovamente, parlando senza filtri delle proprie emozioni. La donna ha descritto il suo shock, quando la polizia le aveva mostrato per la prima volta le immagini dei crimini, paragonandosi a una “bambola di pezza”. In quel momento, ha capito di aver avuto accanto a sé, per tutti quegli anni, un mostro, e non il brav’uomo che era convinta di aver sposato.
La scoperta scioccante e la decisione di rendere pubblico il processo
Il suo mondo le è letteralmente crollato addosso il 2 novembre 2020, come racconta anche nel suo memoir, che sarà pubblicato simultaneamente in tutto il mondo in ventidue lingue la prossima settimana. Dominique Pelicot era stato convocato dalla polizia per essere interrogato dopo che una guardia giurata di un supermercato lo aveva sorpreso a filmare di nascosto sotto le gonne delle donne.
Gisèle lo aveva accompagnato alla stazione di polizia ed era completamente impreparata alla rivelazione dell’agente, Laurent Perret, che le disse: «Ti mostrerò foto e video che non ti piaceranno. Quella in questa foto sei tu». Inizialmente, non credeva che quella donna inerte, distesa sul letto, fosse lei. «Non ho riconosciuto gli individui. Né questa donna. La sua guancia era così flaccida. La sua bocca così inerte. Era una bambola di pezza. Il mio cervello ha smesso di funzionare nell’ufficio del vice sergente di polizia Perret».
La donna è diventata nota a livello internazionale quando, negli anni successivi alla scoperta, ha rinunciato al suo diritto all’anonimato. La decisione di rendere pubblico il processo non è stata semplice, ma necessaria. Secondo lei, tenerlo a porte chiuse -come di solito accade in questi casi- avrebbe protetto i suoi aguzzini e l’avrebbe lasciata sola con loro in tribunale, «ostaggio del loro aspetto, delle loro bugie, della loro codardia e del loro disprezzo». «Nessuno avrebbe saputo cosa mi avevano fatto», scrive nel libro. «Non un solo giornalista sarebbe stato lì a scrivere i loro nomi accanto ai loro crimini… Soprattutto, non una sola donna avrebbe potuto entrare e sedersi in aula per sentirsi meno sola».
Il messaggio di Gisèle Pelicot per le vittime di violenza
Con grande onestà, ha però confessato che, se avesse avuto vent’anni anni di meno:, forse avrebbe agito diversamente. «Forse non avrei osato rifiutare un’udienza a porte chiuse», ha spiegato. «Avrei temuto gli sguardi. Quei maledetti sguardi con cui una donna della mia generazione ha sempre dovuto fare i conti, quei maledetti sguardi che ti fanno esitare al mattino tra i pantaloni e un vestito, che ti seguono o ti ignorano, ti lusingano e ti mettono in imbarazzo. Quei maledetti sguardi che dovrebbero dirti chi sei, quanto vali, e poi ti abbandonano quando invecchi» .
Gisèle Pelicot ha dovuto lottare con il senso di vergogna provato nel far sapere al mondo quello che le è stato fatto. Alla fine, però, ha scelto di agire secondo coscienza: «La vergogna ti si attacca, ti si attacca alla pelle. E questa vergogna è una doppia condanna, è una sofferenza che ti infliggi. Mi sono detta che lottare contro tutto questo a livello individuale significava anche lottare per la collettività. Mi sono detta che se ci sono riuscita io, anche altri potrebbero farcela. Il mio messaggio di speranza a tutte le vittime è: non vergognatevi mai».
Federica Checchia





