L’idea dietro un film come Rental Family – Nelle vite degli altri è tanto semplice quando difficile da mettere in scena. Il film diretto da Hiraki e scritto dalla stessa Hiraki insieme a Stephen Blahut parte da una premessa lineare: mostrare un fenomeno tutto nipponico come quello degli attori in affitto e cosa significa essere stranieri in una terra tanto straordinaria quanto diffidente. Un presupposto chiaro e lineare ma che facilmente può scadere nel paternalistico e nel sentimentalismo più bieco. E invece Hiraki gira sì un film commovente e sentimentale, ma mai smielato e mai esageratamente svenevole. Rental Family è capace di raccontare uno spaccato identitario in modo dolce e accondiscendente: Phillip è quello che i giapponesi definirebbero gaijin, uno straniero, una persona che vive in Giappone ma non è giapponese. E lo fa con un film di quelli che non si fanno più, quelli teneri e delicati alla Frank Capra, i film dal cuore buono di cui, ogni tanto, si sente tremendamente il bisogno.
E Rental Family sa anche ragionare su che tipo di società sia quella giapponese che, al di là della visione occidentale a cui siamo abituati fatta di colori e stranezze, è fortemente dispartaria e chiusa, in cui la saluta mentale è repressa e la psicologia stigmatizzata. Ed è lì, in quel sottile ma importantissimo tema che Hikari costruisce e racconta la diversità e il dolore in Giappone, come aveva già fatto nel suo primo 37 Seconds sulle difficoltà di una ragazza giapponese portatrice di handicap. E lo fa attraverso una pratica vera e tutta nipponica: quella degli attori in affitto. In Giappone esistono diverse società che permettono di “affittare” delle attrici o degli attori per interpretare svariati ruoli: fidanzati, parenti, amici, padri o madri. Un fenomeno che è diretto riflesso di una società fortemente solitaria e individuale, in cui l’immagine di sé è sempre al di sopra di ogni cosa. E, paradossalmente, Rental Family racconta due forme di solitudine: quella giapponese e dei suoi abitanti e quella di Phillip, un americano in terra straniera che parla fluentemente giapponese ma non sembra mai veramente integrato nel tessuto sociale. E lo fa con una storia deliziosa.
Rental Family: GGG

Phillip (Brendan Fraser) è un GGG: un Grande Gigante Gentile. Un attore squattrinato che vive di pubblicità e ruoli terziari in serie televisive giapponesi dalla dubbia qualità. È un uomo che da l’impressione di essere lì perché non ha nessuno che lo aspetti a casa, più che per cercare fortuna. Come se scappasse da qualcosa e da una malinconia che tanto ricorda quella di Bob in Lost in Traslation. Ma, a differenza del capolavoro di Sofia Coppola che mostra una Tokyo notturna che non dorme mai sotto le luci al neon, Rental Family affronta quella malinconia con la luce naturale del giorno e con le storie incrociate di queste persone che si rivolgono all’azienda Rental Family per affittare quel gigante gentile di Phillip. Una ragazza che vuole scappare dalle pressioni dei genitori con un finto matrimonio, una mamma che ha bisogno di un padre per far entrare la figlia Mia in un prestigioso istituto e un anziano attore che ha bisogno di qualcuno che lo ricordi. Tutte storie che hanno come punto focale la presenza, mai ingombrante, di Phillip.
E tutte queste storie, intervallate ad altre più brevi, non sono fini a sé stesse. Ci raccontano, finemente, dei dilemmi morali che pervadono la società giapponese. Dalle pressioni familiari a quelle sociali, dalla diffidenza verso la diversità fino a quella per una mamma single. Rental Family si pone quindi anche come un fine studio della realtà di un paese osannato e mai veramente capito. È un bagno d’umiltà in cui una paperella fatta di dolcezza e buoni sentimenti galleggia e giganteggia. Quello di Phillip è sì un lavoro, ma dove inizia e dove finisce la recita? Dove si pone il confine tra il distacco emotivo e l’affetto sincero? Phillip è un attore, mente di professione. Ma se quelle stesse bugie sono a fin di bene, sono veramente così cattive? Rental Family ragione su questi punti in maniera scaltra, sottile e a volte furbescamente. Non tutte le storie raccontante hanno la stessa propulsione emotiva (il rapporto tra la piccola Mia e il protagonista è quella che di gran lunga scalda di più il cuore) ma sono tutte efficacissime. E ruotano tutte intorno e si poggiano sulle grandi spalle di Brendan Fraser, l’attore perfetto nel ruolo perfetto.
Brendan Fraser
Perché la (nuova) figura di Brendan Fraser è esattamente quella che serviva al film. Dopo tutti i problemi affrontati dall’attore e il ritorno alla recitazione, è evidente che guardandolo o ascoltandolo non si possa non cogliere una sottile linea di mestizia e malinconia che lo pervade. Una figura e un personaggio che, inevitabilmente, si fa voler bene e sa di casa. Ed è esattamente quello che il personaggio di Phillip fa trasparire ai clienti della Rental Family: un uomo buono, che ha il sapore della famiglia. Hikari gioca su questo aspetto e sceglie forse la figura migliore da abbinare ad un ruolo che sembra semplice all’apparenza ma nasconde delle sfumature delicatissime da cogliere. Fraser lavora sulla sua grandezza con tanti micro gesti e piccole espressioni che restituiscono il valore attoriale così come danno l’impressione di persona fuori posto ma che è esattamente dove dovrebbe essere. Ed è meravigliosamente sul pezzo l’inizio di Rental Family: Phillip guarda dalla finestra le brulicanti vite delle famiglie del palazzo di fronte con aria triste in una versione meno psicanalitica de La finestra sul cortile. Phillip sembra voler entrare lì, dentro ogni casa e dentro ogni storia alla disperata ma silenziosa ricerca di qualcuno che possa ricordarlo. E farà proprio quello: entrerà nelle vite degli altri non uscendone più.
Alessandro Libianchi





