Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dato ufficialmente inizio al primo discorso sullo Stato dell’Unione del suo secondo mandato. Il suo ingresso nell’aula del Congresso è stato accolto da un’ovazione della fazione repubblicana: i parlamentari del Grand Old Party si sono alzati in piedi, intonando a gran voce il coro “USA! USA!”, trasformando per alcuni minuti l’aula legislativa in una platea elettorale.
Il discorso sullo Stato dell’Unione del 2026 non è stato solo uno dei più tesi, ma è diventato ufficialmente il più lungo nella storia degli Stati Uniti. Donald Trump ha parlato per oltre un’ora e 40 minuti, superando il precedente record di Bill Clinton, che nel 2000 si era fermato a un’ora e 29 minuti. La durata fluviale dell’intervento, unita ai toni accesi, ha spinto numerosi membri dell’opposizione a una scelta drastica: l’abbandono dell’aula prima della conclusione.
In uno dei momenti di massima tensione istituzionale del suo discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha attaccato frontalmente la Corte Suprema per la recente sentenza che ha bocciato i suoi dazi doganali. Definendo il verdetto una «decisione infelice», il Presidente ha parlato a pochi metri di distanza da quattro dei nove “saggi” della Corte, seduti come da tradizione in prima fila. Trump ha messo in chiaro che la sua agenda protezionista non subirà battute d’arresto. Ha avvertito i partner internazionali che i vecchi accordi commerciali sono ormai superati e che le nuove intese potrebbero essere persino “peggiori” per chi non si adegua. Il Presidente ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi più complessi che, secondo la sua visione legale, non richiederanno l’approvazione del Congresso. Trump ha lanciato una proposta radicale: «Con il tempo, le tariffe pagate dai Paesi stranieri sostituiranno sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito».
Durante il discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump ha tracciato un bilancio della sua strategia di “Pace attraverso la Forza”, elencando una serie di conflitti che rivendica di aver disinnescato. Il Presidente ha citato il Congo (riferendosi all’accordo di Washington del dicembre 2025 tra RDC e Ruanda) e il Nagorno-Karabakh, presentando gli Stati Uniti non più come “poliziotto del mondo”, ma come il mediatore supremo capace di chiudere guerre decennali attraverso accordi commerciali e pressione diretta.
Trump annuncia l’asse con Caracas: “Il Venezuela è il nostro nuovo alleato”
Donald Trump ha ufficializzato il cambio di rotta radicale nei rapporti con il Venezuela. Definendo il Paese sudamericano «il nostro nuovo amico e alleato», il Presidente ha rivendicato il successo dell’operazione che ha portato gli Stati Uniti a ottenere 80 milioni di barili di petrolio dalle riserve venezuelane negli ultimi mesi.
L’annuncio arriva a poche settimane dalla cattura di Nicolás Maduro (avvenuta lo scorso 3 gennaio) e dall’insediamento di una nuova guida politica a Caracas, sostenuta da Washington. Trump ha presentato l’accordo petrolifero come un trionfo della sua strategia di pressione. I barili ottenuti dal Venezuela sono stati indicati come il fattore chiave che ha permesso il calo dei prezzi della benzina negli USA. Trump ha sottolineato che, senza l’intervento americano, quelle risorse sarebbero finite sotto il controllo di Mosca o Pechino. «Il Venezuela è ora al sicuro e avrà un successo incredibile», ha aggiunto il Presidente.





