In un’intervista del 1997 Wes Craven, ideatore della saga Scream, alla domanda “cosa deve fare secondo te un film horror?”, lui rispose: “I film horror devono suscitare la paura, senza dubbio, ma anche qualcosa di più per essere tali. Non solo sangue, non solo paura, ma qualcosa che ti entri sotto la pelle e non ti lasci più”. Comincia così l’universo di Scream, riscrivendo per sempre, e a lettere di sangue, l’horror mania.
La banalità del Male: ironia e minimalismo
La saga horror slasher di Scream sin dal 1996 ha terrorizzato generazioni di bambini e giovani adulti, che in quell’epoca hanno vissuto la salita di Bill Clinton, il boom economico, l’espansione produttiva dell’industria cinematografica e soprattutto la crescente disparità sociale. La paura che la superficie non assomigli alla reale forma delle cose è in agguato, nell’aria, e nei film. Ghostface, così, entra nelle case lussuose dei ragazzi e, con la sua maschera così minimal-espressionista volteggia la lama del suo coltello. Terrorizza senza gesta epiche, senza super poteri, a volte persino senza un piano. Alla sua chiamata di avvertimento aggrappa il suo piano omicida, che si consuma pochi minuti dopo lo squillo, e insinua il terrore nella comunità tranquilla di Woodsboro, in California.

Qual è il tuo film horror preferito? E così comincia a schizzare il sangue di una saga che ha forgiato l’icona cult prima della narrazione stessa. Minimalismo, essenza, e un pizzico di ironia hanno fatto assurgere a genere horror per eccellenza la saga di Wes Craven. Una saga che arriva al suo settimo capitolo, con qualche scivolone ma senza mai veder vacillare il luccichio del coltello.
Il metacinema su cui poggia il mondo di Ghostface
La conoscenza preventiva di cosa terrorizzi i ragazzi e di come funzioni un film horror è alla base della logica interna di Scream, soprattutto dal quarto capitolo, con quella prima sequenza escatologica in cui vediamo moltiplicarsi: un film dentro un film, una tv dentro ad un’altra tv, mentre la scia di vittime aumenta e gli stilemi del genere si consumano tutti uno ad uno. E allora quando il vero film comincia cosa dobbiamo aspettarci? Niente che non sia già visto. Inseguimenti, nascondigli, e il countdown della morte mietitrice, che si abbatte inesorabile su tutti gli amici della protagonista, la sopravvissuta Sidney, a cui Ghostface dà la caccia. Non è sull’effetto sorpresa che Scream gioca la sua partita, ma sulla capacità, durante la corsa, di scovare i clichè, le ipocrisie, gli stilemi filmici triti e ritriti dell’horror.

Nonostante la qualità dei film della collana vadano lentamente a calare, almeno dal quarto capitolo fino all’ultimo, Scream è rimasto coerente alla sua capacità di ventriloquare il cinema horror, parlando della sua veste iconografica e ridendo di essa. Paura e ironia si intrecciano in un grande saggio sul genere horror, come l’eredità che Wes Craven ci lascia e che riparte dietro la regia traballante ma appassionata di Kevin Williams.
Dalla paura del buio a quella dell’AI
“Devi sapere di cosa le persone hanno paura, 10 anni fa come oggi. Di cosa hanno paura da sempre, e di cosa hanno paura proprio ora? ” Nell’intervista al regista americano emerge la sua propensione a voler comprendere profondamente il reale prima di dare davvero forma alla sua creatura. Difatti la maschera dell’urlo di Munch, così impersonale e angosciante, rappresenta sì, la paura dell’ignoto, come tutte le maschere, ma anche qualcosa di più specifico. Negli Anni ’90 infatti i giovani, sotto la spinta di una grande ripresa economica e commerciale, hanno iniziato a sperimentare, scrivere, stimolare un’inedita immaginazione creativa. La generazione del fine secolo rappresenta il tramonto di un’era e l’alba di un nuovo tempo.
E così, anche la società si spacca in due: Upper e High Side americana, legata ad un conservatorismo bianco e repubblicano, e una Middle class rivoluzionaria e democratica. Cosa c’è sotto l’apparenza vittoriana dell’alta società? Non c’è una risposta univoca ma di certo Wes Craven, scegliendo il college come ambience prediletta dei suoi Scream, si approssima notevolmente alla punto della questione, ascoltando sussurri, segreti e paure del mondo dei teenegers.
La paura di diventare adulti, la ribellione verso le figure genitoriali, la disubbidienza alle regole scolastiche dimostrano che i tempi sono notevolmente cambiati, rispetto a quell’etichetta etico-religiosa del passato. Tutto questo è in Scream: una saga che non è solo sangue e ironiche trovate di inseguimento, ma un attraversamento lento e terrificante nei quadri politici e culturali degli anni che attraversa. Dalla paura di restare soli a casa dei primi tre capitoli, alla pericolosa pervasività dei media e dell’AI, (da Scream 4 a Scream 7). L’uomo cambia, le sue paure, anche.
Doriana Gatta





