Le motivazioni per cui Scream è probabilmente il franchise horror più importante della storia del cinema sono molteplici e articolate e questo non è né il luogo né il momento per discutere delle centinaia di sfumature che la saga si trascina dietro da trent’anni. Ma è importante indicare due elementi in particolare per contestualizzare meglio il lavoro dietro al tiepidissimo (e nuovo) Scream 7. In quasi tre decenni di Ghostface, sei tra sequel e reboot e una serie televisiva, Scream è sempre rimasto fedele a sé stesso: la meta-narratività e la riflessività intorno ad un certo tipo di cinema horror hanno sempre contraddistinto la saga, dai suoi capitoli migliori ai peggiori. Ma è un Uroboro, un cane che si morde la coda. Scream, per definizione, è in una lenta ed inesorabile spirale discendente. La riflessione sui cliché, sui tropos abusati e abusanti del cinema dell’orrore trasformano ogni nuova iterazione di Scream nella copia di sé stesso. E poi in una copia e ancora in una copia, andando giù all’infinito. E Scream 7 non esula da questo percorso in discesa. L’unico modo che ha Scream per sfuggire da sé stesso è distruggersi come ha provato a fare, fallendo, con il reboot del 2022. Scream 7 arriva, dopo le polemiche per l’ingiusto licenziamento di Melissa Barrera rea di aver parlato di Palestina. Ma le premesse erano incoraggianti: il ritorno al centro della storia di Sydney, di Woodsboro e Kevin Williamson, scrittore dei primi quattro film di Wes Craven ora di nuovo alla scrittura e alla regia di questo capitolo.
Le premesse per una svolta alternativa, interessante e lontana dagli scialbi requel c’erano quindi tutti. Ma allora cos’è che non ha funzionato in Scream 7? Perché un ritorno alle origini della saga non ha significato il ritorno ad un film efficace? La motivazione va ricercata, come detto, nella struttura stessa di Scream. L’autoconsapevolezza è una lama a doppio taglio: se da un lato rende interessante sottostare a delle regole non scritte – e scusate il gioco di parole – di scrittura, dall’altro diventa un lascia passare per gli sceneggiatori, una via di fuga per evitare errori ed erroracci nascondendosi sotto la coperta troppo corta del “l’avevamo detto”. Ed è quindi qui che anche Williamson si muove, su questo terreno spinoso e minato nel tentativo di collegare a stretto giro le linee narrative dei primi quattro film con quelle moderne dei reboot e sequel moderni.
Scream 7: Sidney e Woodsboro

E Williamson lo fa attraverso la figura di Sidney Prescott, a cui affida il centro nevralgico della narrazione. Nata per ribaltare il concetto di scream queen, lavorando non più solo come l’indifesa protagonista che prende sempre la decisione sbagliata ma come vera macchina da guerra che rivaleggia con Ghostface in quanto a forza e brutalità, Sidney è ora una mamma fin troppo apprensiva e preoccupata che i fantasmi del passato possano tornare dalla tomba e prendersela con la figlia diciassettenne Tatum, che porta il nome del personaggio di Rose McGowan del primo Scream. Ovviamente, quei fantasmi torneranno sotto forma di video creati con le IA che riproducono i vari personaggi che, nel corso dei decenni, hanno indossato la maschera da Ghostface in un calderone a metà tra il revival e il nostalgico. Fantasmi che tormentano una stanca Sydney trasferitasi a Pine Grove per rifarsi una vita dopo gli eventi di Woodsboro. Ed è proprio nella casa originale che si apre il film, ora diventata meta turistica per i fan di Stab (il film nel film di Scream) dove una giovane coppia viene assassinata da un nuovo pazzo mascherato.
Scream 7 prova quindi a ragionare (come già fatto nei due capitolo precedenti) su un idea di eredità e di passaggio di testimone. Se nel film del 2022 e nel sesto capitolo i “figli di” erano di personaggi secondari della saga, qui, invece, si torna ai suoi protagonisti. Ma al di là dell’ovvietà dell’operazione (la figlia di Sydney) c’è veramente poco altro che porti avanti il discorso. E lo stesso vale per una delle componenti più importanti di Scream: i discorsi relativi all’industria. Il primo Scream raccontava di un genere, quello slasher, che aveva dato tutto, che non aveva più niente da raccontare. E il miglior modo per farlo tornare era sovvertirlo, renderlo quasi comico nella sua artificiosità. Il reboot del 2022, invece, ragionava sull’industria e sul concetto di franchise e, al di là delle brutture e storture narrative, il ragionamento dietro al film era anche vagamente interessante. Qui, invece, si perde ogni valore tematico. Scream si trasforma in uno slasher qualsiasi, in uno splatter a basso budget con morti più violente del solito e diverse rispetto ai film precedenti. Non c’è più un discorso e un ragionamento sul genere, sull’industria o sulla saga stessa. Viene praticamente tutto abbandonato.
Parassitario
Scream, per esistere, ha bisogno di altro cinema horror. È come un parassita che si nutre, lentamente, di un corpo in perenne cambiamento e che ha sempre tanta linfa vitale da cui poter trarre. E se negli anni Novanta il corpo di cui si nutriva erano gli slasher, è evidente che le prospettive, le direzioni e soprattutto i gusti del pubblico siano cambiati. Oggi è il tempo dell’elevated horror, dell’autorialità dell’orrore e dei grandi budget. E la sensazione è che Scream 7 arrivi decisamente fuori tempo massimo, caratteristica che una saga come quella di Scream non può permettersi (Scream 4 parlava di social e di influencer con dieci anni di anticipo). I requel, invece, erano dei parassiti che mangiavano sé stessi. Un corpo malato che comincia ad attaccarsi per sopravvivere. Ragionavano (alcune volte lucidamente, altre un po’ meno) sul concetto di franchise e di reboot forzato. Ma se il contesto della modernità in cui si inserisce Scream 4 è questo (Peele, Perkins, Robert Mitchell per citarne tre) allora siamo non più nel contemporaneo ma già nel passato. Perché non si può parlare di Scream senza parlare del suo contesto. E, in Scream 7, è stato completamente bypassato. Forse alla ricerca di una quadra, forse alla ricerca di un effetto nostalgia, forse per attaccarsi ad un treno di orrore a buon mercato. La risposta non è chiara ma, sta di fatto, che Scream è in una spirale discendente sempre più profonda e Scream 7 è solo l’ennesima accellerazione.
Alessandro Libianchi





