Si avvicinano spediti i premi Oscar 2026 e la stagione dei premi è entrata nel vivo. Pochi giorni fa si sono tenuti i premi César dove a trionfare è stato L’Attachement mentre la scorsa settimana abbia avuto i BAFTA, i premi inglesi. La stagione dei premi è sempre indice di come andranno gli Oscar e regala sempre diversi indizi su quali film potranno trionfare e quali rimarranno a secco. Ha sconvolto infatti il record negativo di Marty Supreme che è andato a vuoto nonostante le undici nomination ai BAFTA. Stanotte primo marzo, invece, si terranno i SAG Awards, i premi del sindacato degli attori che sono il perfetto trampolino di lancio verso gli Oscar. O almeno è quello che succede nella maggior parte dei casi. In ogni caso, oggi ci occuperemo di due categorie sempre viste con un occhio scettico da parte dell’Academy: Miglior film d’animazione e Miglior film Internazionale. La prima categoria, quest’anno, sembra più dettata da questioni produttive e di impatto mediatico. La seconda invece, è ancora apertissima anche se emergono dei favoritissimi. Vediamo chi la spunterà nel secondo episodio del Road to Oscar 2026.

Road to Oscar 2026: Miglior film d’Animazione

Quest’anno la categoria è forse tra le più deboli degli ultimi anni. Non è l’anno dei rivoluzionari Spider-Man, dei Robot Selvaggio o dello Studio Ghibli. È un anno di grandi produzioni e piccoli gioielli alla stregua dell’indipendenza che arrivano fino alla cinquina finale. Insomma, non una categoria forte come quelle a cui ci aveva abituato gli scorsi anni. Apre la cinquina forse il miglior film d’animazione dell’anno: Arco. Diretto dal genio di Ugo Bienvenu, il film è a metà tra la fantascienza e il viaggio onirico alla Satoshi Kon. Su un’impalcatura retro futurista che ricrea gli anni ’60 e ’70, Arco è avventura in cui un bambino di 12 anni del 2900 viaggia nel passato per rivivere i ricordi dei suoi antenati. Visivamente pesca a piene mani dal fumetto franco-belga – Bienvenu è un fumettista francese, del resto – per creare un opera stratificata e fortemente filosofica. Un grande film che per noi meriterebbe molto di più ma che molto difficilmente andrà a premio. La piccola Amélie racconta, invece, i primi anni di vita di una bambina nel Giappone anni ’60. In poco più di un ora di film seguiamo sempre e solo lo sguardo di Amélie, il punto di vista è sempre quello di una bambina piccolissima che deve ancora scoprire il mondo. Al limite dell’impressionismo, La piccola Amélie meriterebbe molto di più di quello che raccoglierà.

Perché a vincere, molto probabilmente, sarà K-Pop: Demon Hunters. Creato dallo studio dietro Spider-Man: Un nuovo universo, è un film tecnicamente e musicalmente validissimo. Mischiando animazione 2D e 3D, Demon Hunters racconta le vicende delle Huntrix, un trio di cantanti K-Pop che vive una doppia vita da cacciatrici di demoni. Di gran lunga il più grande successo dell’anno, probabilmente oltre a questo Oscar vincerà anche miglior canzone originale. Non un film profondo o stratificato come Arco o Amélie, ma validissimo e che non ruberebbe nulla. Elio, invece, si trova molto indietro nelle gerarchie. Quota Pixar dell’anno, Elio racconta una storia di coraggio e solitudine come solo la vera Pixar sa fare. Anche se lontano dai suoi grandi classici, Elio è comunque una ventata di aria fresca dopo le battute di arresto degli ultimi anni. Non andrà a premio, ma il suo posto è meritato. Chiude la cinquina Zootropolis 2, successo strepitoso dei Walt Disney Animation Studios. Il film espande e, se possibile, migliora, tutto il macro mondo animale che avevamo conosciuto nel primo Zootropolis attraverso una storia dall’impronta fortemente politica. Un successo enorme che lo ha consacrato come uno degli incassi più alti di sempre per Disney. Difficile il premio, ma rimane uno dei film d’animazione più vincenti dell’anno.

Road to Oscar 2026: Miglior film Internazionale

La categoria del miglior film Internazionale, invece, è ancora apertissima. Sicuramente nelle prossime settimane la competizione vedrà l’approcciarsi di un favorito su tutti ma, per ora, la gara sembra una corsa a due. Ma la cosa che sconvolge di più è l’esclusione di un film meraviglioso come No Other Choice di Park Chan-wook che avrebbe meritato un trattamento migliore di quello ricevuto sia a Venezia che dall’Academy. In ogni caso, la lotta sarà serratissima tra due titoli in particolare. Sentimental Value, al momento, sembra quello più in vantaggio. Il capolavoro di Joachim Trier è un film generazionale che parla di famiglia, di casa, di traumi mai affrontati e forse inaffrontabili e di come arte e cinema siano le uniche cose in grado di poter elaborare questa frattura tra figli e genitori. Un opera che non ha bisogno di lotte, urla, distruzione e conflitto. È una riflessione lucidissima su quanto sia difficile comunicare attraverso l’esplorazione del silenzio e del trauma. Il probabile vincitore e anche il nostro favorito. A dargli battaglia sarà un altro capolavoro: L’Agente Segreto di Kleber Mendonça Filho. Un thriller politico ambientato in un Brasile anni Settanta ricostruito alla perfezione. Un film sulla reminiscenza e sulla capacità, tutta del cinema, di esorcizzare e fissare nel tempo la memoria, storica e personale. Un testamento, un lavoro archeologico e documentaristico di un periodo storico dimenticato. E lo fa attraverso del cinema meraviglioso.

Altro candidato che lavora sulla memoria storica è La voce di Hind Rajab, co-produzione tunisina e francese, diretta dalla regista Kaouther Ben Hania. Docudrama passato a Venezia, racconta le ore di telefonate intercorse tra Hind Rajab, bambina intrappolata in un’auto sotto il fuoco israeliano e i volontari della Mezzaluna Rossa che cercavano di raggiungerla. Il film utilizza le vere, strazianti registrazioni della telefonata per ribadire come il suo lavoro sia, più che cinematografico e di riproduzione, di testimonianza storica. Un lavoro che cinematograficamente è probabilmente inferiore ai suoi concorrenti ma storicamente importantissimo. Lo spagnolo Sirât di Oliver Laxe, invece, racconta di un padre alla ricerca di sua figlia tra i rave nel deserto marocchino in compagnia di suo figlio. Il Sirat in arabo è il percorso che collega inferno e paradiso e che ogni anima deve attraversare. Un film ipnotico, un road movie che, a volte, sfiora la masturbazione intellettuale preoccupandosi fin troppo di risultare austero e spirituale. Rimane comunque uno dei titoli più interessanti dell’anno. A chiudere la categoria ci pensa l’iraniano (ma presentato dalla Francia) It Was Just an Accident del maestro Jafar Panahi che ha già trionfato a Cannes. A metà tra commedia e noir post-moderno, il nuovo film di Panahi è una riflessione lucidissima sul sottile confine tra vendetta cieca e giustizia. La sofferenza può portare alla redenzione o solo altra sofferenza può alleviarne il dolore? Uno spaccato di un paese dai mille volti e in cui la violenza è sistemica e strumento dello Stato. Un meraviglioso quadro sulla forza necessaria per rompere il ciclo della violenza. Probabilmente non vincerà ma rimane un capolavoro di uno dei più grandi registi viventi.

Alessandro Libianchi