La scorsa domenica un gruppo di miliziani ha sterminato gli abitanti di un villaggio nella zona di Abiemnom, a nord del Sud Sudan. I combattenti si sono scontrati per ore con le forze dell’esercito regolare, che erano intervenute sul posto per respingerli. Le autorità della provincia di Ruweng, teatro del massacro, hanno riportato l’uccisione di 169 persone, tra le quali cui 90 civili e 79 soldati; altre 50 sono rimaste ferite. La missione dell’ONU nel Paese (UNMISS) ha offerto rifugio in una delle sue basi un migliaio di cittadini in fuga.
Sud Sudan, chi sono i miliziani coinvolti nell’attacco
A compiere l’aggressione sono stati degli uomini armati provenienti dal vicino Stato dell’Unità. Non si sa ancora se siano affiliati a una formazione militare più ampia o, come più probabile, facciano parte dell’Esercito Bianco, un insieme informale di milizie organizzate su base locale. Diversi funzionari hanno negato il coinvolgimento di quest’ultimo, condannando per il raid l’Esercito di liberazione del popolo del Sudan (noto con l’acronimo SPLA-IO), la più grande formazione armata in opposizione al governo del Sud Sudan.
Da anni, il Paese sta affrontando lunghi periodi di guerra civile, sia prima che dopo la sua indipendenza, ufficializzata nel 2011. L’accordo di pace firmato nel 2018 non è riuscito a bloccare le violenze su base etnica, politica o per il controllo delle risorse naturali, che sono ancora all’ordine del giorno. A far precipitate ulteriormente la situazione, lo scorso anno, è stato il presidente Salva Kiir, che ha fatto arrestare Riek Machar, suo vice ed ex avversario nella guerra civile.
Federica Checchia




