In un discorso televisivo precedentemente registrato, il presidente Masoud Pezeshkian ha chiesto scusa ai Paesi del Golfo che l’Iran ha colpito negli ultimi giorni. «Devo scusarmi a nome mio e dell’Iran con i Paesi vicini che sono stati attaccati», sono state le sue parole. In seguito, il leader ha annunciato: «Il consiglio direttivo provvisorio ha concordato ieri che non ci saranno ulteriori attacchi contro i Paesi vicini e che non lanceremo missili, a meno che un attacco all’Iran non provenga da quei Paesi». A prendere la decisione, dunque, sarebbero stati lui e gli altri due membri del Consiglio che ha preso il potere dopo l’uccisione della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Il presidente ha aggiunto di aver comunicato questa scelta a tutte le forze armate del Paese, ovvero l’esercito iraniano regolare e i Guardiani della rivoluzione, il più importante corpo militare sul territorio, che era molto fedele a Khamenei. Nello stesso discorso, Pezeshkian ha però puntato il dito contro Donald Trump, affermando che la richiesta degli Stati Uniti di una resa incondizionata dell’Iran sia un «sogno che dovrebbero portare con loro nella tomba».
Il presidente dell’Iran promette una cosa, l’ayatollah ne chiede un’altra
Si tratta di dichiarazioni molto importanti, ma che devono ancora trovare riscontro nella realtà. Non è per nulla chiaro se e quando e se questo cessate il fuoco entrerà effettivamente in vigore. Anche dopo la diffusione del discorso presidenziale, infatti, l’Iran ha continuato ad attaccare i Paesi vicini, tra i quali il Bahrein. Il presidente aveva già poteri limitati prima dell’inizio del conflitto e dell’assassinio di Khamenei, e anche la rilevanza del Consiglio temporaneo è probabilmente ridotta.
Pochi giorni fa, l’ayatollah Abdollah Javadi Amoli ha diffuso un suo messaggio, dai toni decisamente meno concilianti. «Siamo ora sull’orlo di una grande prova e dobbiamo fare attenzione a preservare pienamente questa unità, a preservare pienamente questa alleanza», ha dichiarato. Ha poi chiesto «lo spargimento del sangue sionista, lo spargimento del sangue di Trump e di altri come lui».
Federica Checchia





