Sul piccolo schermo, Dawson e Pacey sono stati amici, poi rivali in amore -entrambi innamorati di Joey– e avversari, poi di nuovo amici. Nella realtà, Joshua Jackson e James Van Der Beek sono stati colleghi, compagni nell’incredibile avventura televisiva che è stata Dawson’s Creek e, come i loro personaggi nella serie, uniti da un legame indissolubile. Legame che, purtroppo, è stato alterato l’11 febbraio con la morte di James, venuto a mancare a soli quarantotto anni per una forma aggressiva di tumore al colon.
Il messaggio di Joshua Jackson per James Van Der Beek

L’affetto di Joshua per l’amico, però, non si è esaurito con la morte di quest’ultimo e, a meno di un mese dalla sua scomparsa, ha rotto il silenzio in cui si era rinchiuso in queste settimane. «Penso che questo lutto colpisca in diversi modi», ha spiegato a Today. «Come padre, credo che l’enormità di quella tragedia per la sua famiglia mi colpisca in modo molto diverso rispetto a come semplice collega. Quindi credo che l’elaborazione del lutto sia ancora in corso».
«Io e lui abbiamo condiviso questo periodo meraviglioso», ha proseguito. «È stato formativo per noi. So che entrambi ricordavamo quel periodo con grande affetto, ma devo anche dire che so di essere solo una nota a margine di ciò che ha effettivamente realizzato nella sua vita. È diventato quello che una volta si definiva semplicemente un uomo buono: un uomo di fede, capace di affrontare l’impossibile con grazia. Un partner e marito straordinario, qualcuno che c’era sempre per la sua famiglia. Era un padre meraviglioso, gentile, curioso e profondamente dedicato».
La campagna sulla prevenzione oncologica
Oltre a ricordare il suo collega, l’attore ha voluto impegnarsi in prima linea nella lotta contro il cancro, partecipando a una campagna di sensibilizzazione sulla prevenzione oncologica. Jackson ha collaborato con la lega di hockey statunitense National Hockey League e con la casa farmaceutica AstraZeneca nell’ambito dell’iniziativa Get Body Checked Against Cancer, volta a promuovere l’importanza degli screening.
«Quando James ha ricevuto la diagnosi», ha raccontato, «mi sono ritrovato a pensare a un mio coetaneo che affrontava qualcosa del genere. E quando AstraZeneca mi ha contattato, ho pensato che fosse qualcosa di significativo da fare. Agli uomini non piace parlarne. Non ci piace andare dal medico, non vogliamo affrontare certe cose. In molti ambiti della vita, quell’atteggiamento può anche funzionare, ma in questo caso non aiuta affatto».
Jackson ha quarantasette anni, un’età particolarmente delicata, come la storia di James insegna. La scomparsa dell’amico lo ha portato a riflettere: «Ho quell’età, giusto? Come tante persone, la mia famiglia è stata toccata dal cancro. Mi sono sottoposto allo screening a quarantasei anni. Non mi ero reso conto che avessero abbassato l’età consigliata a quarantacinque. Pensavo fosse molto più avanti. Anche il più piccolo cambiamento potrebbe voler dire qualcosa. Non pensate che l’assenza di sintomi vi esuli dal sottoporvi allo screening, soprattutto per una malattia così curabile se diagnosticata precocemente. È proprio questo che voglio far capire». Parole e azioni concrete, quelle di Joshua, che lasciano intendere quanto la morte di James lo abbia colpito e quanto il filo rosso che li univa -proprio come per Dawson e Pacey- sia destinato a non spezzarsi mai.
Federica Checchia





