Si è conclusa questa 98esima edizione degli Oscar, in cui l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha assegnato le sue statuette dorate. Ma che Oscar sono stati? La conduzione di Conan O’ Brian ha preferito una direzione asciutta, senza fronzoli, con poco spettacolarismo, poco adito ai rumors. E forse è stata proprio l’impostazione della cerimonia, nella forma di un anfiteatro vuoto, che ha consentito alle pellicole in gara di rilucere, di trovare in quella conca vuota, la eco giusta per propagarsi. Gli Oscar, se fatti bene, se meritocratici, civili, e aperti, possono essere in grado, davvero, di tutto questo.
Il Dolby Theatre: il guscio vuoto per l’eco dei film
Non c’è stato un canovaccio severo in questa 98esima edizione degli Oscar. In tempi così difficili come questi, sotto l’amministrazione Trump, con l’asserragliamento dell’ICE e i nuovi conflitti in Medio Oriente, tutti si sono chiesti come avrebbero potuto gli Oscar affrontare questo momento. Tanto per cominciare, la cerimonia era a serio rischio di cancellazione e noi siamo felici che invece si sia regolarmente svolta. Non perché serva un conduttore a mettere chiarezza, né perché i red carpet possano addolcire il momento. Il motivo è puramente cinematografico. Il cinema di questi mesi non potevano non avere un gigantesco occhio di bue fisso su di lui. Ecco perché questa sarebbe stata senz’altro molto più che una semplice serata di premiazione.

Un film dopo l’altro, per una rivolta silenziosa
I film in gara, da Una battaglia dopo l’altra, passando per Weapons, Hamnet, Sinners, e Sentimental Value, hanno molto in comune. Paesaggi aridi, corse forsennate, essenzialismo e rivolta silenziosa. Gli stessi ingredienti della cerimonia stessa, in cui gli unici a far davvero rumore sono stati proprio loro: i film, e tutti quelli che sono saliti sul palco per ritirare i premi. Abbiamo assistito al cinema, dalla primavera del 2025 ad oggi, ad un cesellamento politico e sperimentale come mai era avvenuto forse negli ultimi 10 anni.
Film che gridano, che corrono, che sperimentano maneggiando le nuove tecniche, film che recuperano dal passato le grandi storie e che con artigianalità manuale – come in Frankenstein- riportano in luce il gotico filmico. E’ vero, durante la cerimonia non si è parlato molto dei tempi che corrono, e anche a livello di performances, nessun barocchismo, né politico né satirico. E se fosse stato proprio questo il punto nevralgico di questa annata? Fare silenzio per lasciare che parlino le immagini dei film in gara, dallo spessore potentissimo, capaci più di ogni persona fisica, di dirci cosa sta accadendo.

Traumi irrisolti di un equilibrio spezzato
Leonardo Di Caprio entra in un campo migrante per liberare gli ostaggi della polizia, Frankenstein torna in vita sotto l’elettricità del suo creatore e barcolla per raggiungere il calore del sole; In Hamnet un madre perde suo figlio e lo ritrova nell’arte di suo marito; in Sentimental Value una famiglia raccoglie i cocci del suo passato nella propria casa, e infine i vampiri ‘peccatori‘ penetrano nella notte buia per seminare il terrore in colore che hanno sofferto.
Una guerra è nell’aria, in una quotidianità spezzata dal peso dell’esistenza, del lutto, della solitudine, dell’ingiustizia. In tutti i film si corre, si lotta, con i propri demoni e con quelli esterni, per trovare una quadra filosofica al rompicapo del mondo. Non è un caso che trionfino film senza risposte certe, e non è un caso che Marty Supreme, nella sua bellezza tecnica, rallenti poi la sua corsa agli Oscar. Non sono storie di vincitori quelli che tagliano il traguardo, ma di outsiders, reietti, creature fragilissime, senza ipocrisie nè messaggi consolatori. C’è vento di rivoluzione nell’aria, e l’horror, il gotico, il dramma politico e sentimentale sono chiamati a raccolta per raccontarlo.
L’horror: demone supremo di questa edizione
L’horror trionfa con il premio alla miglior sceneggiatura originale a Sinners- I peccatori, con record di candidature nella storia (16) e ancora con Weapons che porta a casa la statuetta della miglior attrice non protagonista. Il Male ha tante forme e negli ultimi anni, ne ha avute forse troppe. Vampiri, spettri, mostri tornati in vita, streghe, sette sataniche. Il neogotico di Frankenstein (che prende con sè ben 3 premi tecnici) e Dracula, purtroppo non candidato, fa il suo ingresso polveroso nel cinema contemporaneo scoprendo il velo ai clichè, agli stereotipi, a ciò che è davvero impolverito: non i suoi archetipi, ma la finta morale della nuova era.

Disubbidiente, scorretto, pieno di virtuosismi di montaggio, l’horror vince in questi Oscar, attraverso la musica folk di Sinners, nell’escatologia contorta di Weapons, e nella bellezza colossal di Frankenstein. Come si vince il demone orrifico della nuova era? Guardandolo in faccia, a costo di perderne la perdita a scacchi. E così in questi horror, dopo aver visto in faccia le sfumature del male, si attende l’alba, con la consapevolezza della fine di un’era. Lotta, speranza, coraggio, sono le armi del gotico post-moderno, che ha tutta l’aria di essere definitamente tornato.
L’importanza della catena umana
Come accade in Noi-Us, il film diretto da Jordan Peel, del 2019, la catena umana, leopardianamente connotata, può essere una risposta alla lotta atavica dell’uomo contro la Natura maligna. Il cinema di genere, dall’horror al dramma politico, si interroga sulla forza dell’unione, e quando la realizza la usa a pieno titolo per le sue lotte personali.
Hamnet trova un suo piccolo cerchio, nell’intimità della coppia e della famiglia, dilaniata dalla scomparsa di un suo componente. Sentimental Value, tra rancori e rotture, trova proprio nel rapporto umano, e nel calore di quella famosa casa protagonista, il cuore della propria battaglia emotiva. Weapons, ancor di più allarga il cerchio dei rapporti. E’ la folla, i bambini che corrono, le madri, gli insegnanti. Un racconto corale che risolve un giallo macabro, con il sostegno l’uno dell’altro. La struttura a catena è anche quella di Una battaglia dopo l’altra e di Sinners, in cui non potremmo immaginare la storia principale senza la presenza di tutti i componenti. Mai un solo protagonista ad emergere. L’individualismo si fa da parte dinanzi a sfide molto più grandi. Il gruppo, la casa, l’altro, sono il cuore pulsante delle narrazioni post-moderne.
I film in gara quest’anno ci dicono molto, come sempre, su di noi. Freudianamente parlando il trauma della guerra trova rifugio in modi sempre nuovi di farsi strada. Il cinema li ingloba tutti, e gli Oscar sul Dolby Theatre, ieri notte, hanno dato spazio proprio a tutto questo. L’edizione meno divisiva di sempre è anche quella che nel silenzio, nella compostezza, ma anche nei discorsi brevi ma pesanti come pietre, ha trovato il suo linguaggio. L’arte quest’anno ha messo d’accordo pubblico e critica, perché forse abbiamo guardato tutti, per fortuna, dalla stessa parte.
Doriana Gatta





