E’ attualmente al cinema l’ultima opera cinematografica di Osgood Perkins Keeper-L’eletta. Il film vede protagonisti una coppia di fidanzati, interpretati da Tatiana Maslany e Rossif Sutherland, che si concede un weekend nel bosco per festeggiare il loro primo anniversario di fidanzamento. Soffitti altissimi, il nulla intorno, una torta al cioccolato dalla strana consistenza. Incubi ricorrenti, che forse, stavolta, non sono solo sogni.
Una fuga romantica in un’isolatissima baita
Dopo il successo mondiale di Longlegs, il grande maestro del brivido Osgood Perkins rivisita il genere e ci conduce in un tour-de-force mozzafiato ad alta tensione. Una coppia decide di trascorrere un weekend romantico per festeggiare l’anniversario in una baita nel bosco. Ma quando Malcolm (Rossif Sutherland) è costretto a tornare improvvisamente in città, Liz (Tatiana Maslany) si ritrova sola e isolata nel mezzo della foresta. Nella solitudine del luogo, Liz dovrà confrontarsi con una serie di oscuri segreti che progressivamente verranno a galla.

Il minimalismo concettuale di Oz Pekins
Non c’è un paranormale dichiarato, quello alla Paranormal Activity, con il climax delle porte che sbattono e degli animali che abbiano. Il bosco umido di Keeper mette in scena un luogo abbandonato da tutti, anche dai fantasmi. L’unico elemento che crea suspence non è la presenza – come da convenzione – ma la totale assenza. Il nulla-padrone per un horror senza salvataggio, che costruisce la suspence con un apparato filmico al limite del minimalismo. Un essenzialità capace di fare centro o che manca di spina dorsale?
Il regista gioca con i campi lunghi – maledetti da un terribile vuoto – per creare un linguaggio visivo preciso votato integralmente ad innescare un senso crescente di disagio, nello spettatore. E così Perkins si diverte con angolature insolite, inquadrature parziali e lente dissolvenze incrociate. Il suono del film è tutto nel rumore del ruscelletto limitrofo che scorre. Sulla discrezione del luogo albergano tutte le paure e i desideri dei due fidanzati.

Una tesissima corda di violino
L’obiettivo di Perkins, come anche nei suoi film precedenti – The Monkey e Longlegs – non è lo spavento, né la trama a ritmo di jump scares, ma l’inquietudine. Lo spettatore è introdotto in un’ambientazione isolata e in una relazione disagevole, per essere così lentamente pervaso dall’inquietudine. Che piaccia o no, l’elemento primario del suo cinema è proprio la paura sottratta, il grido che non ha voce, la tensione orrifica che non genera mostri. Nonostante il finale di Keeper abbia la sua dose di mostruoso spettacolarismo, il film ha una tensione narrativa lenta, in cui l’attesa, fino alla fine, lascia un senso di incompiutezza e desiderio inappagato.
Al freddo che ghiaccia si preferisce l’umidità boschiva, quella che entra nelle ossa e calcifica lentamente gli incubi della protagonista. Il Male trova sempre tanti modi per infiltrarsi sotto la pelle, e la strega invisibile di Keeper ne trova uno tutto suo.
Il finale del film (SPOILER)
Dopo il sospetto della protagonista che qualcosa non vada nel suo compagno, e dopo essere stata addirittura ‘posseduta’ dall’ambiente, il film apre ad una nuova dimensione. A livello narrativo è la scena finale a spezzare quella corda di violino tesa per l’intero film. Le donne che lo spettatore ‘spia’ nella prima sequenza, sono le stesse che che Malcolm ha avuto come compagne, le stesse che ha illuso e poi ucciso brutalmente. L’indole mite e introversa dell’uomo funge quasi da alter-ego di quel Norman Bates ( Anthony Perkins ) che il regista ha avuto come padre e che quindi ha ben in mente. Il timido Malcolm è il villain di questa storia, non c’è dubbio, ma non fa da detonatore narrativo all’epilogo. Di fatti le vere protagoniste alla fine sono le voci e le anime mostruose di quelle donne uccise, tornate adesso dall’oltretomba per espiare terribili peccati. Liz dunque è il tranfer umano della vendetta contro Malcolm.
Una crociata atavica
Quella glassa melliflua dentro la torta al cioccolato non è solo glassa, e forse questo era chiaro sin da subito, ma che prendano consistenza le vittime del passato è il vero shock narrativo del film. Forse non sarà abbastanza per soddisfare l’attesa dell’intero film, lungo e mellifluo, proprio come il miele; ma in sè è la sequenza finale a dare spessore semantico alla storia, rintracciando nel folk inglese la forza atavica e naturalistica per l’attuazione di una vendetta ancestrale. Nessun consolatorismo tarantiniano, nè un gotico #Mee-too, ma pura riflessione sul tempo. Quanto tempo passa prima che la vendetta avvenga? quante donne sono morte prima di questo finale? Non è la prima volta infatti che il paranormale espii i peccati femminicidi. Se pensiamo a Le streghe di Salem di Rob Zombie, avviene la stessa cosa. Le streghe arse al rogo tornano attraverso un vinile satanico ad infestare la mente della protagonista. Così avviene ne Il collezionista di ossa, di Philip Noyce, con cui Keeper sembra dialogare per quella scenografia di querce e muschi in cui ogni grido resta inudibile ad orecchio umano. E’ in atto una crociata primordiale, di stampo femminista, che raduna le sue vittime per un attacco inarrestabile.
L’epoca d’oro dell’horror
Keeper è un horror, ma anche una storia di solitudine, di vendetta, di tossicità sentimentale, di segreti letali. Il realismo incontra l’horror folk, come nel più recente Sinners (Ryan Coogler), per piegare il cinema ad una lotta di giustizia, etnica, etica e, in questo caso, sessuale. Possiamo dirlo, questa è davvero l’epoca d’oro del neo-horror, quello di Perkins, Eggers e Ari Aster, in cui il satanismo folk-medioevale racconta storie potentissime, celebrative dell’irrisolto umano. Malcolm finisce a testa in giù, come sul più entusiastico patibolo trecentesco, con la celebrazione dell’horror e di tutti gli spettri che è capace di interrogare.
Doriana Gatta





