Ieri sera, il Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato la morte del suo capo, Ali Larijani, in un raid aereo israeliano. Si tratta di una delle uccisioni più significative dall’inizio del conflitto, dopo quella dell’ayatollah Ali Khamenei. «Le anime pure dei martiri hanno accolto l’anima purificata del giusto servo di Dio, il martire Dr. Ali Larijani», ha annunciato il Consiglio, aggiungendo che suo figlio e le sue guardie del corpo sono deceduti con lui. «Dopo una vita di lotte per il progresso dell’Iran e della Rivoluzione Islamica, ha finalmente realizzato la sua aspirazione di lunga data. Ha risposto alla chiamata divina e ha onorato la dolce grazia del martirio in trincea al servizio della patria».

Il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, ha minacciato di lanciare una rappresaglia «decisiva e deplorevole» per vendicare l’assassinio. Le Guardie Rivoluzionarie, la potente forza militare iraniana separata dall’esercito, hanno dichiarato di aver lanciato missili contro il centro di Israele «per vendicare il sangue del martire Dr. Ali Larijani e dei suoi compagni».

Com’è avvenuto l’attentato

Un funzionario israeliano ha rivelato che l’attacco a Larijani avrebbe dovuto aver luogo la notte precedente, ma che, all’ultimo minuto, si era deciso di posticiparlo. Secondo la fonte, le informazioni a disposizione dell’esercito indicavano che il segretario sarebbe dovuto arrivare in uno degli appartamenti da lui usati come rifugio, insieme a suo figlio. Quando la notizia del suo attentato ha iniziato a circolare, martedì mattina, un altro alto funzionario israeliano ha affermato che «non c’era alcuna possibilità che sopravvivesse all’attacco».

Inizialmente, l’Iran ha smentito la notizia della sua morte, diffondendo una dichiarazione da lui scritta a mano. Nel messaggio, Larijani elogiava il coraggio dei marinai iraniani che hanno perso la vita a causa dell’attacco missilistico condotto da un sottomarino statunitense al largo delle coste dello Sri Lanka. Queste le sue parole: “Il loro ricordo resterà per sempre nel cuore della nazione iraniana. Questi martiri rafforzeranno per anni le fondamenta dell’esercito della Repubblica Islamica all’interno della struttura delle forze armate”.

L’assassinio di Ali Larijani pone l’Iran in una posizione difficile

L’assassinio di Ali Larijani, uno dei pilastri della politica iraniana, rappresenta senza dubbio un colpo devastante per il Paese e, probabilmente, una battuta d’arresto ancora più grave della perdita della Guida suprema Ali Khamenei, lo scorso 28 febbraio. Nella sua eliminazione, infatti, risiede la conferma che Israele, e forse anche gli Stati Uniti, non lo abbiano mai considerato come un leader alternativo per l’Iran in caso di disgregazione del governo o di resa. Ellie Geranmayeh, esperta presso l’European Council on Foreign Relations, ha dichiarato: «Netanyahu ora si sta concentrando sul bloccare le vie che Trump sta percorrendo per raggiungere un cessate il fuoco e i successivi colloqui con l’Iran. Larijani sarebbe stato l’uomo giusto per portare a termine questo compito».

Donald Trump ha spesso espresso il desiderio di trovare per l’Iran una figura equivalente a Delcy Rodríguez, la vice di Nicolás Maduro. Dal punto di vista statunitense, infatti, la presidente ad interim si sta dimostrando una leader estremamente pragmatica e accomodante per il Venezuela. La morte di Larijani, dunque, non solo elimina la remota possibilità che potesse svolgere un ruolo di transizione simile a quello di Rodríguez, ma solleva anche dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano effettivamente un candidato all’interno del Paese. Il presidente continua a rifiutarsi di appoggiare Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià, affermando di preferire un membro del governo. Pahlavi sta comunque prendendo provvedimenti per ampliare la sua squadra di leadership nel tentativo di placare i timori che, se venisse nominato nuovo capo dell’Iran, si passerebbe da una dittatura a una monarchia.

Federica Checchia