Siamo arrivati, con la terza stagione di “From“, alla fine dell’attesa, dopo due anni i nodi iniziano a venire al pettine. Le dieci puntate cambiano completamente rotta. Dieci ore in cui si scopre che sotto questo orrore c’è davvero un disegno e che qualcuno lo conosce. Questa stagione, non smantella la formula consolidata portata avanti fino ad ora – sarebbe un errore farlo – ma la sposta su un piano diverso. La serie diventa più matura, sembra finalmente pronta a saldare parte del debito accumulato con il suo pubblico. Non tutto, sia chiaro. Ma abbastanza da far sentire che il viaggio sta andando da qualche parte.
Il peso della comunità sulle spalle di una guida

Tutto, ancora una volta, passa per lui, Boyd (Harold Perrineau), l’uomo che ha trasformato la sopravvivenza in qualcosa di simile alla civiltà. È grazie a lui se i residenti della città hanno smesso di aspettare soltanto la morte. Sono stati i suoi insegnamenti ad aiutare la comunità a costruire routine, regole, una fragile normalità dentro l’anormale. La campana che suona ogni sera al tramonto non è solo un segnale pratico. Parliamo di un vero atto simbolico, un modo per dire a tutti che qualcuno sta ancora tenendo d’occhio la situazione, che non sono soli.
Ma reggere il peso di un’intera comunità sull’orlo del collasso ha un costo enorme, e “From“, la terza stagione, presenta il conto in modo impietoso. All’inizio la situazione è già deteriorata rispetto a dove l’avevamo lasciata: il freddo si intensifica, le scorte si assottigliano, la tensione tra i sopravvissuti cresce in modo silenzioso ma inesorabile. Boyd si trova a dover tenere insieme non solo le mura fisiche di una città impossibile, ma anche quelle psicologiche di persone che hanno smesso da tempo di credere in qualsiasi futuro concreto. Alcune iniziano a fare scelte che nelle prime stagioni sarebbero sembrate impensabili. Altre si chiudono in un silenzio che vale quanto una resa.
Perrineau regge la scena con la stessa gravità silenziosa che lo ha reso uno dei personaggi più solidi della televisione degli ultimi anni. Non è il tipo di attore che ha bisogno di urlare o di grandi gesti: trasmette tutto con le spalle, con gli occhi, con il modo in cui si muove da un punto all’altro di quella città come se ogni passo fosse una piccola battaglia vinta.
Il vero protagonista della terza stagione di “From”: il destino
Il grande tema di questa stagione è il destino. Le prime due lo avevano solo sfiorato, come si tocca qualcosa di caldo con la punta delle dita. Perché alcune persone passano per quella strada e tornano a casa? E perché altre restano bloccate lì per sempre? Non è un incidente. Non è casualità. C’è una ragione e questa nuove puntate iniziano a suggerirla con cautela. I fan più impazienti potrebbero trovarla frustrante, ma rispetta il ritmo narrativo che la serie ha sempre mantenuto.
Finora la serie chiedeva di convivere con l’incomprensibile, adesso costruisce una struttura attorno ad esso. Gli dà contorni, forse persino una logica interna. Non tutto viene spiegato, per fortuna, perchè una serie che spiega troppo, e subito, smette di fare paura. Ma la sensazione che i pezzi vadano al loro posto è concreta e soddisfacente: sapere che esiste un disegno è in qualche modo più spaventoso che non saperlo.
Tabitha e il filo tra i mondi
Tabitha (Catalina Sandino Moreno) nel finale della seconda stagione era finita in una situazione del tutto inedita. È sospesa tra la città maledetta e il mondo esterno. Ha ricordi e consapevolezze che nessuno intorno a lei può capire incarnando meglio di chiunque altro la domanda centrale di questa stagione. Esiste un confine tra quel luogo e il resto del mondo? E se esiste, può essere attraversato? A quale prezzo?
La risposta non è definitiva, non sarebbe “From” se lo fosse, ma è abbastanza concreta da tenere alta la tensione per tutti e dieci gli episodi, abbastanza coraggiosa da far capire che gli sceneggiatori non stanno improvvisando. C’è un piano e lo si intuisce in ogni scelta narrativa, in ogni dettaglio visivo, in ogni dialogo che sembra contenere più di quello che dice.
La terza stagione di “From”: una serie che sa quello che fa
“From” non è mai stata facile da raccomandare a chi ha fretta. Il ritmo è lento per scelta precisa, i misteri si moltiplicano volutamente e la soddisfazione viene differita con determinazione quasi provocatoria. Chi ha avuto la pazienza di restare lo sa, questa lentezza non è pigrizia narrativa: è costruzione, differenza tra una serie che inventa man mano e una che sa già dove sta andando.
Ogni simbolo di questi tre anni ha un posto in un disegno più ampio, ogni personaggio risponde a una funzione non sempre ovvia ed ogni stagione aggiunge uno strato senza cancellare i precedenti. La terza stagione di “From” non fa eccezione. Arricchisce, complica, approfondisce e lo fa con la consapevolezza di chi ha trovato il suo pubblico, senza il bisogno di cambiare per compiacerne altri. Non regala, non stravolge e non accelera i tempi per soddisfare chi ha aspettato a lungo, ma avanza. Per la prima volta la direzione sembra davvero visibile all’orizzonte.
Il 20 aprile 2026 la quarta stagione arriverà con nuovi episodi, portando con sé nuove domande, nuove crepe nella realtà di quella città impossibile che ormai chiamiamo “Fromville“. Porterà anche, forse, qualche risposta in più, quelle risposte che tre stagioni ci hanno insegnato ad aspettare con pazienza. Perché “From” non è una serie che si affretta, è una serie che arriva e quando arriva, sa sempre dove colpire.
Noi saremo lì, il 20 aprile, ad aspettarla.
Angela della Ventura
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