I quattro astronauti della missione Artemis II si stanno avvicinando a 100.000 miglia dalla Terra, diretti verso la Luna, e si apprestano a raggiungere la distanza più elevata mai percorsa dall’uomo nello spazio. Giovedì, l’equipaggio ha lasciato l’orbita terrestre e ha immesso la capsula Orion sulla sua traiettoria verso il satellite.
L’altra faccia della Luna non è mai stata così vicina
I quattro membri, gli statunitensi Reid Wiseman, Victor Glover e Christina Koch, insieme al canadese Jeremy Hansen, hanno trascorso il loro primo giorno nello spazio effettuando controlli sulla navicella, che non aveva mai trasportato esseri umani. In seguito hanno avuto il tempo di rilasciare dichiarazioni alle emittenti televisive statunitensi. «Devo dirvelo, non c’è niente di normale in tutto questo», ha confidato Wiseman ad ABC News, dall’angusto interno della capsula. «Mandare quattro esseri umani a 400.000 chilometri di distanza è uno sforzo erculeo. Solo adesso ci stiamo rendendo conto della sua portata».
Orion viaggerà per circa 6.400 chilometri oltre la Luna prima di tornare indietro, offrendo immagini senza precedenti del lato nascosto del satellite. Se tutto procederà senza intoppi, gli astronauti stabiliranno un record, spingendosi più lontano dalla Terra di qualsiasi altro essere umano prima di loro: oltre 400.000 chilometri. La missione fa parte di un piano a lungo termine per tornarvi ripetutamente, con l’obiettivo di stabilire una base permanente sulla superficie lunare, piattaforma ideale per ulteriori esplorazioni spaziali.
Il viaggio di Artemis II, tra traguardi storici e rischi
È previsto che, durante la missione, dedichino trenta minuti al giorno ad allenarsi sul dispositivo di esercizio della navicella, al fine di minimizzare la perdita di massa muscolare e ossea che si verifica in assenza di gravità terrestre. La spedizione segna una serie di traguardi storici, tra cui l’invio della prima persona di colore, della prima donna e del primo non americano in una missione lunare. È, inoltre, anche il volo inaugurale con equipaggio dell’SLS, il razzo lunare della NASA.
Ora che gli astronauti sono diretti verso la Luna, non è più possibile tornare indietro: si trovano, infatti, su una traiettoria di “ritorno libero”, che sfrutta la gravità lunare per orbitare intorno al satellite, prima di fare ritorno verso il nostro pianeta. In caso di problemi, sono equipaggiati con tute che fungono anche da “sistemi di sopravvivenza”. Ciò significa che, nell’eventualità di una depressurizzazione o di una perdita nella cabina, manterranno ossigeno, temperatura e pressione ottimali per un massimo di sei giorni.
Federica Checchia





