Oggi 12 aprile sono chiamati al voto 27 milioni di peruviani per un’elezione senza precedenti. L’incertezza, infatti, sembra stia regnando. È molto probabile, visto che nessuno dei 35 candidati è vicino al 50%, che si svolgerà un secondo turno a giugno. La situazione nel complesso resta estremamente delicata. È difficile anche poter definire quella del Perù una normale democrazia. Dal 2016, infatti, quattro presidenti hanno trascorso un periodo in carcere o agli arresti domiciliari.

Alejandro Toledo ad oggi sta scontando una pena per collusione (accordo segreto e illecito tra due o più parti) e riciclaggio di denaro, mentre Ollanta Humala è stato condannato per aver ricevuto finanziamenti illeciti da Hugo Chávez. E non è finita qui: Pedro Pablo Kuczynski è stato arrestato a causa di legami con la società di costruzioni Odebrecht e Pedro Castillo è stato condannato a undici anni di carcere per aver tentato di sciogliere il Congresso nel 2022. Con 35 candidati alla presidenza, la sfida principale è la capacità di aggregare consensi in un panorama estremamente diviso.

Qual è la situazione generale di queste elezioni 2026 in Perù?

È evidente che il senso di sfiducia sia generale e che gli elettori, ad oggi, ritengano tutti i politici corrotti. Inoltre, pur essendo obbligatorio il voto in Perù, non è detto che l’affluenza sia totale. Molti dei cittadini, infatti, per poter raggiungere le urne dalle zone rurali dovranno pagare delle spese che superano di gran lunga le multe emesse per l’astensione. Questo indubbiamente spiega per quale ragione l’assenza, malgrado l’obbligatorietà, potrebbe raggiungere il 20-30%.

A questo si aggiunge l’elevato numero di schede che alimentano non solo l’incertezza, ma un’indecisione diffusa. Secondo gli analisti saranno previste «due grandi minoranze» che riusciranno ad arrivare al secondo turno previsto per il 7 giugno, ciascuna con circa il 15% dell’elettorato. Nello specifico, parliamo del Fujimorismo, un movimento politico nato attorno alla figura di Alberto Fujimori. Dall’altro lato troviamo il Castillismo, nato attorno a Pedro Castillo, che rappresenta il socialismo rurale della regione andina meridionale. La differenza sostanziale è che il Fujimorismo è concentrato sulla figura di Keiko Fujimori, mentre il Castillismo è frammentato tra tre diversi candidati progressisti.

Per questa ragione è difficile che uno dei tre possa arrivare effettivamente al secondo turno. Secondo i sondaggi antecedenti alle elezioni, Keiko Fujimori si trovava in testa con un adesione che oscillava tra il 15% e il 18%. Il secondo posto, invece, se lo contendevano Carlos Álvarez (centro-destra) e Rafael López Aliaga (ultraconservatore). Nel complesso risulta che dal 2021 l’ideologia peruviana di destra sia passata dal 29% al 41% nel 2026. Quindi, a causa della difficile situazione che il Perù sta affrontando, i candidati hanno incentrato la loro campagna sull’utilizzo di modi bruschi per la risoluzione dell’aumento degli omicidi o della diffusione delle estorsioni.

Il voto di oggi potrebbe davvero cambiare qualcosa?

In questo scenario López Aliaga fino a poco prima delle elezioni sembrava il principale rivale di Fujimori. Tuttavia, gli ultimi sondaggi hanno mostrato Carlos Alvarez, una personalità televisiva che gioca su un registro populista, superarlo. La sinistra, invece, sta mostrando sempre meno appiglio. Roberto Sánchez, che si candida come erede del castillismo, era convinto che le aree rurali avrebbero puntato su di lui. Eppure, Fujimori e Sanchez si trovavano circa con lo stesso voto ciascuno. Le elezioni che si stanno svolgendo oggi evidenziano non solo la sfiducia generale degli elettori, ma anche la possibilità che una modifica sostanziale sia difficile da raggiungere.

Stefania Cirillo