Se passate troppe ore davanti allo schermo del computer e sentite gli occhi stanchi, potreste aver contratto la bixonimania. Niente panico, vi risparmio la fatica di cercare maggiori informazioni su Google. Perché, chiedete? Beh, perché è scientificamente impossibile. Questa fantomatica patologia oculare non esiste, eppure per mesi ha mandato in cortocircuito i chatbot più famosi del mondo e persino qualche pubblicazione medica. Dietro questo nome bizzarro, in realtà, si nasconde uno degli esperimenti più brillanti degli ultimi anni, guidato da Almira Osmanovic Thunström, una ricercatrice dell’Università di Gothenburg.
Con la bixonimania il confine tra realtà e bufala è molto labile
L’obiettivo dello studio, iniziato nel 2024, era semplice quanto spietato: testare la capacità delle intelligenze artificiali di individuare quella che era a tutti gli effetti una bufala. La scienziata, quindi, ha caricato su una piattaforma di preprint due finti documenti firmati dalla fantomatica Asteria Horizon University di Nova City, in California. L’intelligenza artificiale non solo ci è cascata, ma ha iniziato ad amplificare la notizia, dimostrando che i grandi modelli linguistici tendono a fidarsi ciecamente di qualunque cosa venga scritta con un tono minimamente accademico.
La cosa più incredibile, tuttavia, è che lo studio era pieno di indizi. A partire dal nome, dato che “mania” è un termine psichiatrico e non oculistico, fino ad arrivare ai ringraziamenti, per i finti finanziamenti, all’Università della Compagnia dell’Anello e alla Triade Galattica. Come se non bastasse, nel testo c’erano frasi chiarissime che dichiaravano come il documento fosse totalmente inventato e condotto su cinquanta pazienti immaginari. Eppure, l’algoritmo ha ignorato la Compagnia dell’Anello e ha iniziato a catalogare la bixonimania. Di conseguenza, chatbot come Perplexity e Copilot hanno continuato per mesi a definirla come una condizione emergente legata all’esposizione alla luce blu.
L’IA ci insegna che lo scetticismo è lo strumento migliore
Tutto il caso, però, non finisce qui. La situazione ha preso una piega ancora più surreale quando alcuni professionisti, fidandosi probabilmente dei riassunti generati dall’intelligenza artificiale e bypassando un’attenta verifica delle fonti, hanno iniziato a citare la bixonimania nei propri lavori reali. Come ha giustamente sottolineato la comunità scientifica, l’aneddoto fa sorridere ma anche riflettere poiché solleva un problema enorme e decisamente poco divertente. In un’epoca in cui le persone usano i chatbot come sostituti del medico di base, la facilità con cui l’IA digerisce e amplifica la disinformazione medica rappresenta un rischio reale. La bixonimania è guarita grazie all’intervento di Nature che ha svelato il trucco, ma la segnalazione resta: prima ancora dell’intelligenza artificiale, scetticismo e controllo delle fonti devono rimanere la nostra priorità. Questo, soprattutto ora che ogni informazione fornita diventa sempre più accurata e apparentemente esatta.
Stefania Cirillo





