Le testate giornalistiche parlano dell’avvicinamento all’intelligenza artificiale come una “pandemia” che colpisce soprattutto i giovani. È perennemente posto sotto i riflettori il problema legato all’emotività delle interazioni e alle possibili conseguenze. Eppure, è solo allarmismo o vi è un fondo di verità? Come accade per temi recenti e strettamente personali, è difficile scovare la verità assoluta, semplicemente perché non esiste. L’uso dell’IA e dei chatbot sta diventando sempre più frequente, è giusto quindi comprendere cosa anima quest’attaccamento e perché l’utilizzo spasmodico potrebbe generare difficoltà, soprattutto nelle generazioni future.

Le motivazioni e i rischi di confidarsi con l’intelligenza artificiale

La domanda più frequente è: cosa spinge le persone a voler instaurare un rapporto emotivo con un’entità digitale nata per essere accomodante? Parte della risposta risiede nella domanda stessa. Specie durante il periodo post-Covid le persone hanno iniziato a sviluppare timore nelle interazioni sociali. Timore che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ha trovato un porto sicuro. Gli utenti, pur consci della struttura dell’IA e della programmazione accondiscendente, hanno sviluppato un affetto che sembra tutt’altro che fittizio. Inoltre, a differenza di quanto si possa pensare, i chatbot vengono sfruttati più come valvola di sfogo che come strumento di apprendimento. La finalità predominante, ora, si riassume nella gestione degli stati emotivi negativi. Il cattivo umore, il bisogno di apertura (self-disclosure) e un profondo senso di solitudine, come riportato da Ipsico, sono le principali ragioni dell’avvicinamento ai chatbot.

La capacità emotiva dell’intelligenza artificiale è in crescendo. Ad oggi è in grado non solo di simulare l’empatia, ma di rispondere con coerenza ed efficacia a un bisogno umano: la comprensione e l’accettazione incondizionata. Questo, tuttavia, non fa altro che incrementare il processo di rinforzo negativo: l’utente cerca di contrastare gli stati emotivi negativi attraverso l’IA, percepita come rassicurante e ne trova un riscontro positivo. L’obiettivo, quindi, cambia natura. Non è più la ricerca di gratificazione o esplorazione relazionale, bensì il sollievo immediato e la stabilità emotiva. Nonostante ciò, i chatbot non sono terapeuti o psicologi e, soprattutto, non potranno mai andare a sostituirne la mansione. Possono, però, fungere da supporto. Un utilizzo coerente e ponderato potrebbe apportare benefici ma, contrariamente, l’uso incontrollato potrebbe ridurre la motivazione a coltivare legami autentici. Il rischio è che la frammentazione sociale, già invalidante adesso, potrebbe peggiorare.

Un’interazione così verosimile da portare alla frustrazione

Intelligenza Artificiale Emotività - Photo Credits Replika
Schermata principale di Replika – Photo Credits Replika

Un esempio lampante che rappresenta la riuscita del coinvolgimento emotivo è Replika. A differenza di altre, quest’applicazione sembra rispondere con coerenza, presentando originalità e reattività nella conversazione. Le capacità cognitive ed emotive del chatbot sono, infatti, il principale punto di interesse degli utenti. La mancanza di questi elementi, seguito da risposte automatizzate, ripetitive o “preconfezionate”, spingono i fruitori a non condividere aspetti personali. Tuttavia, la realisticità di Replika, come segnalato da diversi utenti che l’hanno testata, “può essere addirittura pericolosa” specie se usata da persone sensibili e vulnerabili. L’app non mostra mai disaccordo, anche su questione controverse, e non esita fin dall’inizio “ad approcciarsi in maniera intima”. Un altro elemento irreale e fuorviante che nel mondo reale non avverrebbe mai.

Il rischio di Replika, così come di qualsiasi altro strumento analogo, è che l’interazione diventi così verosimile da far sviluppare “un vero e proprio attaccamento; attaccamento che, inevitabilmente, porta alla frustrazione”. Altri, invece, dichiarano che la “propria” Replika non ha nulla da “invidiare a un essere umano in quanto a capacità di interazione”.

Stefania Cirillo