La crisi energetica non sta solo producendo effetti diretti, quali ad esempio l’aumento dei prezzi del petrolio, ma anche effetti indiretti. Primo tra tutti: capire come non sopperire all’incertezza causata dal mercato. Per questa ragione la commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati ha approvato l’emendamento al Decreto Bollette. Quest’ultimo posticipa la chiusura definitiva delle centrali a carbone in Italia al 2038. Pur essendo necessari controlli e autorizzazioni prima della loro riapertura, è ufficiale. Tuttavia, gli esperti sollevano dubbi in merito all’efficacia della manovra e del suo conseguente impatto sia ambientale che elettrico.
Centrali a carbone in Italia, arriva la proroga fino al 2038. Perché?
Le conseguenze scaturite dal conflitto in Medio Oriente, come è emerso in più occasioni, non sono tardate ad arrivare. E, insieme a esse, anche l’evidente instabilità energetica. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha semplicemente evidenziato le ripercussioni legate alla dipendenza da combustibili fossili. L’Italia, indubbiamente, non è esente dalla crisi energetica che sta colpendo tutti i Paesi. Proprio per questa ragione è stato individuato come necessario cercare di preservare in qualche modo possibile la disponibilità energetica, specie perché eventuali approvvigionamenti potrebbero rapidamente esaurirsi qualora il blocco dei flussi di petrolio continuasse. In questo senso, la proroga delle centrali a carbone fino al 2038 pone quel livello di flessibilità necessaria per impiegarli in condizioni specifiche.
Quali effetti potrebbe avere la proroga?
Pur essendo comprensibile la necessità di voler attingere l’energia dalle centrali a carbone, non significa che sia semplice o immediato. In primo luogo il rinvio fino al 2038 è in contrasto con l’attuale sistema elettrico nazionale. Difatti, parliamo di impianti ormai fermi ed estranei al mercato stesso. Oltre a ciò, gioca a sfavore anche il costo variabile di questi ultimi (soprattutto per i costi delle emissioni), specialmente rispetto alla produzione di energia attraverso il ciclo combinato a gas. Similmente, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) afferma che il ritorno al carbone, pur essendo meno flessibile e inquinante, potrebbe tornare a essere competitivo qualora il prezzo del gas restasse superiore a 70 €/MWh.
Oltre a ciò, gli impianti ormai fermi implicano una riattivazione che richiede necessariamente tempo, controlli e interventi tecnici. Ognuno di questi interventi, poi, può richiedere tempistiche variabili, soprattutto in base allo stato delle infrastrutture. Pertanto, questi elementi sommati all’assente sostenibilità dell’energia prodotta dalle centrali a carbone potrebbe intaccare l’impegno e le misure governative trainate fino a ora. È possibile, quindi, che l’intenzione di prorogarle fino al 2038 non ha come obiettivo una risposta immediata, ma riflessa in uno scenario più dilatato nel tempo.
Stefania Cirillo





