Trattare la pena di morte, soprattutto per l’Europa, resta un argomento estremamente pungente ma, al tempo stesso, lontano. Eppure le esecuzioni restano una realtà legale e sistematica in numerosi Paesi. Singapore non fa eccezione. Anche se anni di studi hanno dimostrato la sua inefficacia come deterrente contro il crimine, le autorità della città-stato sostengono il contrario. I funzionari continuano a difendere la pena capitale come pilastro della sicurezza nazionale e l’opinione pubblica sembra essere concorde. Tuttavia, il recente incremento delle persone giustiziate per reati legati alla droga ha sollevato forte preoccupazione da parte delle Nazioni Unite.
Per Singapore sono un crimine grave, per l’ONU non giustificano la pena di morte
La tendenza globale, inclusa una buona fetta dell’Asia, mostra un allontanamento generale dalla pena di morte. Nonostante ciò, i Paesi che ancora mantengono la pena di morte nella legislazione o nella pratica sono 52. Singapore spicca in questo scenario soprattutto per le esecuzioni legate al traffico di droga. Infatti, al di sopra di certe quantità, come 500 grammi di cannabis o 15 grammi di eroina, la pena di morte è obbligatoria per legge.
Volker Türk, il capo dell’ONU per i diritti umani, evidenzia un punto importante in materia di diritti umani: l’uccisione intenzionale. Secondo il Patto internazionale sui diritti civili e politici (PIDCP), per i Paesi che non hanno ancora abolito la pena di morte, questa può essere applicata solo per i cosiddetti “crimini più gravi“. Questi ultimi, nello specifico, fanno riferimento a crimini che hanno causato un’uccisione intenzionale, come l’omicidio volontario. Mentre Singapore ribadisce quanto la droga possa rovinare vite e ucciderne altrettante, considerandolo quindi un crimine grave, l’ONU oppone una visione differente. Per quanto dannoso, la droga non causa un’uccisione intenzionale diretta. In merito a ciò, Türk ha chiesto a Singapore e a tutti i Paesi in cui la pena capitale è ancora in vigore, «di imporre una moratoria, come passo fondamentale verso la piena abolizione legale di questa pratica disumana».
La sicurezza nazionale può giustificare il mancato rispetto dei diritti umani?
Il punto fa leva sulla dichiarazione dell’Ufficio di Türk, in cui viene evidenziato che sulle 25 esecuzioni verificatesi tra il 2023 e il 2024, 24 sono avvenute per reati legati alla droga. L’anno scorso, invece, delle 17 persone giustiziate, 15 sono state condannate per i reati di cui sopra. Ad oggi otto persone sono state vittime di esecuzioni per tali reati. La più recente ha coinvolto Omar bin Yacob Bamadhaj, la settimana scorsa, a seguito di un preavviso di due settimane concesso alla famiglia. Le fondamenta alla base, come accennato prima, destano forte preoccupazione.
Il caso di Singapore solleva un interrogativo che si estende oltre i confini asiatici: può la sicurezza di una nazione giustificare il sacrificio di diritti umani ritenuti universali? Mentre la città-stato continua a rivendicare l’efficacia della pena di morte, la pressione della comunità internazionale evidenzia come il prezzo di questa stabilità sia considerato ormai inaccettabile.
Stefania Cirillo





