Il cinema accoglie i manifesti ufficiali di una new wave, che non può che far bene ad un’arte in continua evoluzione. Obsession e Backrooms sono i film che testimoniano il passaggio di testimone ad una nuova generazione di cineasti e ad un nuovo modo di filmare il mondo. Tuttavia, a separare i due film c’è una notevole distanza per regia e qualità di scrittura. Da questo punto di partenza prende avvio la nostra analisi di Backrooms, l’ultimo film A24 che terrorizza il pubblico in sala. Ma quanto c’è di valido nei suoi labirintici corridoi e nella sua storia rarefatta? Vediamo in profondità la recensione del nuovo visionario horror A24.
Una nuova era
Una cosa è chiara: quello che sta accadendo con il successo di film come Obsession – il film fanta-horror di Curry Barker – e Backrooms di Kane Parsons, segnerà per sempre l’alba di una nuova corrente cinematografica. Fogli di scrittura e macchine da presa nelle mani di giovanissimi registi, nati come Youtuber e approdati alla regia cinematografica, al servizio di grandi case di produzione come Blumhouse e A24.

Ma se è positivo l’afflato rivoluzionario del nuovo ‘movimento’, sono altrettanto validi i prodotti lanciati in sala? Mentre Obsession vanta un difficile quanto riuscito lavoro di scrittura non si può dire lo stesso di Backrooms: scenograficamente notevole ma povero di contenuto. Proviamo ad analizzarlo in profondità.
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Di cosa parla il film di Kane Parson?
Il protagonista è Clark (Chiwetel Ejifor), un architetto fallito che si ritrova a girare video auto-promozionali per far pubblicità al suo scadente mobilificio. Beve troppo, ha un matrimonio fallito alle spalle e, peccando di presunzione, non riesce a stabilire un dialogo con la sua analista, la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve). È il 1990, e la terapia non era sdoganata come adesso. L’uomo, per caso, scopre all’interno del suo showroom una specie di “portale” che gli permette di accedere a una strana dimensione parallela fatta di lunghi corridoi storditi dalle luci al neon che collegando stanze senza regole, punti oscuri che sembrano “muoversi” e indecifrabili figure. Clark, dall’esistenza misera, sembra attratto da questo luogo “inesatto”, finendo per coinvolgere (in)direttamente anche la sua analista.
Una regia vertiginosa
Così inizia l’anabasi nel mondo labirintico di Backrooms, che scorre con una regia coerente allo spirito del film, quello della perdizione. Inquadrature esasperate e vertiginose, riprese lunghe e pedanti che seguono il protagonista nel mondo giallo ocra delle stanze. Il perturbante domina le sequenze rendendo minacciosi volti, movimenti, intenzioni, persino pensieri. Kane Parsons sa bene quali sono gli ingredienti salienti dell’inquietudine e non avevamo dubbi li avrebbe sfruttati nella realizzazione del suo primo lungometraggio. Il film infatti riporta la paura dell’ignoto della sua serie YouTube, seguita da milioni di utenti e famosa per le sue creepypasta, a metà tra il mostro già visto e l’allucinazione. La grande mole di lavoro fatta per la realizzazione di questa moltitudine di stanze – le stesse in cui gli attori stessi sul set, si sarebbero persi – alla fine ripaga la fatica. Ma il rischio di una così grande apparecchiatura artistica, a metà tra il lunapark e la mostra d’arte concettuale, basta a sostenere la levatura narratologica di un intero film?
La necrosi dell’iterazione
La regia fa un ottimo lavoro di sperimentazione per rendere il mondo di Backrooms quanto già inospitale possibile, e al tempo stesso familiare. Proprio ciò che crediamo di conoscere, però, è ciò che minaccia maggiormente la psiche. L’iterazione è un veleno. Lo sono gli schemi ripetuti, le autodifese della mente, i percorsi già battuti, i suoni familiari, le giustificazioni che ci diamo. A dare senso alla narratologia di backrooms è la natura psico-filosofica su cui la storia poggia. La coprotagonista interpretata da Renate Reinvse è una psicanalista, e grazie ai consigli dati al suo paziente, ci sembra che le stanze gialle siano sempre più il riflesso plastico di ciò di cui lei parla. Tutto è un riflesso degli schemi – fallaci- che la mente crea per rifugiarsi, per non vedere.

Il problema di questo meccanismo, e purtroppo anche della sceneggiatura, è che spinge tutto all’autofagocitosi. Il labirinto, come il Pitch del film, si mangia da solo, disinnescando ogni racconto razionale. Proprio come in una fattuale Backrooms experience non c’è progressione. La storia nasce con lunghe sequenze dialogate tra psicologa e paziente e finisce per ritornarci. Man mano che si va avanti si ha la sensazione di essere al punto di partenza.
Con questo lavoro crollano gli schemi classici della narrazione filmica e con essa è debilitata, purtroppo, la credibilità della storia stessa. Resta però un dubbio. E’ tutto l’effetto concreto delle Backrooms o è un vero errore di scrittura? Strategia e coerenza semantica o mancanza di contenuto? Ciò che è certo è che la realizzazione plastica della scenografia ruba la scena ad ogni altro comparto del film, persino agli attori, già noti al grande pubblico per la loro altissima qualità recitativa. E con una sceneggiatura di per sé debolissima, il rompicapo del film non si risolve. Ma forse, è proprio ciò che vuole. Sarà un bene?
Cosa sono le Backrooms e cosa vogliono dirci(SPOILER)
Ricordiamo per chi non lo sa, che Kane Persons ha dato vita alle Backrooms, ossia a stanze liminali e alienanti, in periodo Covid-19. Il ragazzo inizia a caricare video su YouTube, delle creepypasta, che ottengono in poco tempo milioni di visualizzazioni. All’interno del film A24 però noi non dobbiamo sapere nulla di questa retrospettiva e difatti nulla ci viene spiegato. Mai, ad eccezione della scena finale.
Nel finale qualcosa ci è più chiara. Clark tenta di spiegare a Mary che le Backrooms funzionano come uno specchio deformante della realtà. Il luogo assorbe ciò che esiste fuori e lo restituisce in una forma sbagliata, incompleta, mostruosa. Per Clark questa logica diventa personale: la creatura che appare davanti a lui è una sua versione gigantesca e grottesca, vestita con il costume da pirata usato per la pubblicità del suo negozio. Non è un mostro casuale, ma la materializzazione di tutto ciò che Clark odia di sé stesso: il fallimento professionale, l’immagine ridicola che sente di incarnare, la parte di sé che non è mai riuscito ad accettare. Clark alla fine non viene eliminato da una minaccia esterna qualunque, ma da una versione deformata della propria identità. Le Backrooms non inventano il suo incubo dal nulla, gli danno un corpo.
Un vuoto incommensurabile
Il vuoto nel film viene realizzato, tirando le somme: dalla regia di Parsons, dalle lunghe sequenze peripatetiche, dalla portentosa scenografia e da un nostalgico uso del false found footage che – seppur di nicchia – non perde mai la sua efficacia orrifica. Ma in questo horror oltre a temere cosa ci sia dietro il prossimo angolo proprio non si può fare.
Persino la filosofia platonica, di cui viene rilanciata la teoria del mondo ideale e del mondo reale, perde di potenza a causa una sceneggiatura debole che spreca un occasione e si perde davvero nel nulla, senza lasciare traccia. Se forse la sceneggiatura fosse stata affidata al creatore delle Backrooms, Kane Parsons, anzicchè ad un terzo, ossia Will Soodik, forse – ci resterà il dubbio – la narrazione sarebbe stata in toto più leggibile. Per quello che vediamo, finzione e realtà non sono mai state così vicine, perdendo davvero la preziosità del vuoto, che in questo film sembra essere alla fine solo quello di contenuti.
Doriana Gatta





