Dopo un’attesa che è apparsa eterna a molti, finalmente il clima inizia a rispecchiare la stagione. Il torpore del sole ci scalda la pelle e il profumo dei giacinti comincia a riempirci i polmoni. Tutto meraviglioso, soprattutto se non siete soggetti allergici. In quel caso, l’aria profumata diventa un campo minato di pollini da attraversare in apnea. Eppure, mentre sogniamo di stenderci su un prato ignorando l’esistenza delle zecche, un pensiero si insinua crudele: le pulizie di primavera.
Il sole non ci permette solo di riesumare abiti di cui avevamo dimenticato l’esistenza, ma ci costringe a vedere quello strato di polvere che avevamo delegato con ottimismo al “noi del futuro”. Il cambio stagione e la dispensa da riorganizzare, adesso bussano alla porta. La possibilità di nascondersi dietro il “lo farò con l’arrivo della bella stagione” è ufficialmente terminata. Ma vi siete mai chiesti perché, nella frenesia del periodo, sentiamo proprio ora l’obbligo morale di ribaltare casa?
Le pulizie di primavera: il significato di un rito collettivo
Potrebbe sorprendere, ma le note (e a volte temute) pulizie di primavera hanno radici antiche. «Con ogni colpo di scopa e lucidatura della superficie, onoriamo una tradizione che trascende il tempo, unendoci alle generazioni passate in una ricerca condivisa di rinnovamento e ringiovanimento» spiega Danielle Patten, direttrice presso il Museum of the Home di Londra. Forse, con questa piccola anticipazione, potreste iniziare a vedere un’attività indubbiamente faticosa con occhi diversi. In fondo, il legame è intuitivo: diciamo addio alla stagione fredda per accogliere un nuovo, vibrante, periodo dell’anno. E quale modo migliore per farlo se non liberandoci, fisicamente e mentalmente, degli strascichi che abbiamo accumulato durante l’inverno?
Una tradizione che ha radici lontane
Non sto cercando di indorare la pillola, esistono davvero riferimenti storici alle pulizie di primavera e il National Geographic ne riporta alcuni. Il primo tra tutti è da ricondurre alla Pasqua ebraica poiché ogni anno, tra marzo e aprile, le persone si liberano di ogni chametz (qualsiasi cibo soggetto a lievitazione). La pulizia del chametz viene spesso descritta come una ricerca meticolosa, quasi ossessiva, di ogni singola briciola: una vera e propria purificazione degli spazi. La festività ne proibisce il possesso perché simboleggia la fretta con cui gli israeliti furono costretti a fuggire dall’Egitto, senza il tempo necessario per far lievitare il pane prima di mettersi in cammino verso la libertà.
Un esempio analogo arriva con i cattolici. La tradizione vuole che in primavera, in vista del Venerdì Santo, gli altari nelle chiese vengano ripuliti. Il Nowruz è, invece, il capodanno persiano che si celebra intorno all’equinozio di primavera. Questa festività prevede il rituale del Khaneh-tekani (letteralmente “scuotere la casa”): nei giorni che precedono la festa, le persone lavano ogni cosa, dai tappeti ai vestiti, per preparare le mura domestiche a una vera e propria rinascita. Anche durante il Songkran, in Thailandia, è consuetudine ripulire accuratamente case, spazi pubblici e scuole. L’obiettivo anche in questo caso è la purificazione in vista del Capodanno thailandese.
Pulire casa per pulire la mente
Dopo aver esplorato alcune tradizioni lontane che ci spiegano perché, ad oggi, ancora pensiamo che la primavera sia il periodo ideale per “scuotere la casa”, potrebbe esservi arrivata la voglia di iniziare con le pulizie approfondite. Alla fine sembra essere un bisogno ancestrale che ci portiamo dentro: un modo per dire al mondo, e a noi stessi, che siamo pronti per un nuovo inizio. Pensate, quindi, alle pulizie come a un’occasione tramandata nel tempo per riassestarci, fare i conti con il vecchio per lasciare spazio al nuovo.
Stefania Cirillo





