L’intelligenza artificiale è strumento e al tempo stesso risultato del progresso. Ci è stata mostrata non solo la rapidità del suo sviluppo, ma anche l’impiego rilevante che ha o potrebbe avere nella società. Visto il potenziale dell’IA, l’interesse preminente è di regolamentarlo affinché non passi da strumento utile a strumento volto a distruggere. Gli esempi lampanti che ne sottolineano l’importanza non ci arrivano esclusivamente dalle notizie concernenti i governi che vogliono impiegare l’intelligenza artificiale in operazioni militari, ma anche da uno studio da UN Women. L’assenza di regolamentazione e l’utilizzo dell’IA costringono le donne alla censura online, trasformando il progresso in regresso: è fondamentale ribadire che la responsabilità non ricade sulla tecnologia, ma su come la gestiamo.
Tra stupro virtuale e deepfake, sempre più donne sono costrette alla censura online
Lo studio accennato all’inizio non riporta l’origine di un possibile problema, bensì la sua piena manifestazione. Non si tratta di una singola donna che, dopo essere stata vittima di violenza online, sceglie di zittirsi per la sua incolumità fisica e psicologica. E se il solo caso singolo dovrebbe essere trattato con la dovuta urgenza, la ricerca pubblicata da UN Women riporta una percentuale preoccupante. Che si tratti di un’esperienza diretta o indiretta, l’esito non cambia. Un sistema privo di controlli adeguati costringe le donne ad aver paura del progresso stesso, poiché le trasforma in potenziali vittime.
Lo studio “Tipping point: Online violence impacts, manifestations and redress in the AI age” evidenzia come attiviste, giornaliste e difensore dei diritti umani provenienti da 119 Paesi sono esposte a una violenza online che aumenta rapidamente. L’indagine, attraverso la collaborazione del City St George’s e e TheNerve, ha rivelato che nel 2025 su 640 donne il 27% ha ricevuto avance sessuali indesiderate o immagini intime non richieste. Il 12% ha trovato online la condivisione delle proprie immagini, anche di natura intima, senza il loro consenso. Il deepfake o le immagini manipolate con l’IA hanno invece colpito il 6% delle donne.
I carnefici hanno ormai a portata di mano quello che oggi definiamo «stupro virtuale». «Questo fenomeno accelera il danno derivante dalla violenza online inflitta alle donne nella vita pubblica». Lo ribadisce Julie Posetti, Professoressa di Giornalismo, Titolare della Cattedra presso il Centre for Journalism and Democracy della City St George’s e ricercatrice principale del progetto. Nello studio si legge inoltre che gli attacchi sono volti ad alimentare «la regressione dei diritti faticosamente conquistati dalle donne, in un clima di crescente autoritarismo, arretramento democratico e misoginia in rete».
L’autocensura non può essere parte del progresso
Un altro dato allarmante è che il 40% delle donne afferma di essersi autocensurata sui social, il 19% ha smesso di esporsi sui social o di prendere parola in contesti professionali. Non è una scelta, è una costrizione che priva le donne della sicurezza online e conseguentemente nella vita privata. Il 13% delle intervistate riferisce di aver ricevuto una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico e una donna su quattro dichiara di soffrire di depressione o ansia. Come ribadito all’inizio, quello che dovrebbe essere progresso sta facendo regredire dei diritti fondamentali. Può, quindi, chiamarsi ancora progresso?
Pauline Renaud, Docente di Giornalismo presso la City St George’s e co-autrice dello studio, ha affermato: «Rivolgersi alla polizia o intraprendere azioni legali non porta necessariamente alla giustizia per le sopravvissute». Per questa ragione viene sottolineata la necessità di «un’istruzione e di una formazione più efficaci per le forze dell’ordine e gli operatori giudiziari, al fine di sostenere l’azione nei casi di violenza contro donne e ragazze facilitata dalla tecnologia». Le grandi aziende devono impegnarsi a regolamentare l’intelligenza artificiale a favore di una tutela totale e non solo apparente. Non è responsabilità delle donne doversi “proteggere”, poiché la protezione intesa da alcune forze dell’ordine ricade sull’inevitabile censura della singola. E, infine, non vi è nulla che possa “giustificare” violenze simili. È l’ora di colpevolizzare i responsabili, no le donne che scelgono di esporsi online.
Stefania Cirillo





