Non è solo una questione di numeri, ma di dignità e di integrità del sistema produttivo. Dietro la facciata di uffici moderni e corsie ospedaliere, si consuma una dinamica silenziosa che il legislatore e gli esperti di sicurezza stanno finalmente portando alla luce con vigore: la violenza di genere nei luoghi di lavoro. Se storicamente la sicurezza è stata pensata per un “lavoratore neutro”, modellato su standard maschili, oggi la realtà ci costringe a guardare alle asimmetrie biologiche, sociali e relazionali che espongono le donne a rischi specifici. Nel 2023, le aggressioni e le violenze hanno rappresentato il 5,3% di tutti gli infortuni femminili riconosciuti dall’Inail in occasione di lavoro, con una concentrazione drammatica nel settore sanitario e assistenziale, che raccoglie oltre il 44% dei casi.
Per comprendere l’anatomia di questo rischio, capire come debba essere tradotto operativamente nel Documento di Valutazione dei Rischi e perché una gestione attenta possa davvero trasformare il clima di un’azienda, abbiamo interpellato Raffaele Poleo, RSPP e formatore sulla sicurezza per la società GDM Sanità (Torino).
L’invisibilità della violenza psicologica
Il fenomeno non si limita all’aggressione fisica eclatante, che spesso rappresenta solo la punta di un iceberg fatto di molestie verbali, psicologiche e digitali. “Dobbiamo superare la distinzione tra infortunio fisico e disagio morale”, esordisce Raffaele Poleo. Le fonti tecniche confermano che nel 98% dei casi di molestie l’uomo è il molestatore e nel 75% le vittime sono donne.
Secondo Poleo, la sfida più complessa per un’impresa è identificare le molestie a sfondo sessuale che si manifestano in forme non verbali o tramite le nuove tecnologie ICT: mail offensive, commenti inappropriati sui social network o messaggi sessualmente espliciti. “Questi comportamenti minano l’equilibrio psicofisico e possono sfociare in sindromi post-traumatiche da stress o disturbi psicosomatici gravi che influenzano non solo la salute della lavoratrice, ma l’intera produttività del gruppo”, osserva l’esperto di GDM Sanità.
Il settore sanitario: una trincea al femminile
I dati del Dossier Donne 2025 indicano che le lavoratrici del Nord Italia sono le più colpite, con sei denunce su dieci concentrate in quest’area. Nel comparto sanitario, la violenza è spesso “esterna”, esercitata da pazienti o familiari. Raffaele Poleo evidenzia come questo richieda un approccio preventivo “situato”: “In ambito sanitario, la valutazione dei rischi deve tener conto dell’interazione con l’utenza. Non basta il DVR generico; servono procedure di emergenza per gestire il conflitto e formare il personale a riconoscere i segnali precursori di un’aggressione”.
La normativa, del resto, sta correndo ai ripari. L’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025 ha introdotto riforme cruciali, estendendo l’obbligo formativo ai datori di lavoro e includendo la prevenzione della violenza e delle molestie (richiamando la Convenzione ILO C 190) tra i contenuti minimi della formazione per dirigenti e vertici aziendali. “È un passo fondamentale”, commenta Poleo, “perché sposta la responsabilità dalla vittima all’organizzazione. Il datore di lavoro deve essere il garante attivo di un ambiente che rifiuti ogni forma di abuso, fisico o verbale”.
Verso un DVR integrato e partecipato
La valutazione dei rischi in ottica di genere non è un nuovo adempimento burocratico, ma una rilettura dinamica degli strumenti esistenti. Raffaele Poleo insiste sull’importanza della partecipazione: “Perché la prevenzione sia efficace, serve il coinvolgimento del Medico Competente e del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). È attraverso il loro ascolto che emergono i near miss relazionali, ovvero quei comportamenti molesti che, se ignorati, degenerano in violenza”.
Le fonti suggeriscono l’adozione di codici etici e di comportamento, la nomina di referenti per l’ascolto del disagio e l’implementazione di sistemi di segnalazione anonimi per abbattere la “cultura della colpa” e la paura di ritorsioni. “In azienda”, conclude Poleo, “dobbiamo garantire che la denuncia non porti all’isolamento, ma a un intervento protettivo immediato. La sicurezza 4.0 passa anche per la trasparenza e per la capacità di offrire alle donne strumenti di tutela reali, come il diritto ai 90 giorni di astensione dal lavoro per le vittime inserite in percorsi di protezione”.
In definitiva, contrastare la violenza nei luoghi di lavoro significa investire sulla sostenibilità sociale dell’impresa. Attraverso una formazione che non sia solo trasferimento di nozioni, ma educazione al rispetto e alla gestione del conflitto, la sicurezza smette di essere un costo e diventa il fondamento di un’organizzazione sana, dove ogni donna possa operare libera dalla minaccia dell’aggressione.





