Roberto Savi è stato il leader della cosiddetta Banda della Uno Bianca, un gruppo responsabile di una lunga scia di sangue tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Insieme al fratello Fabio Savi e ad altri complici, molti dei quali appartenenti alle forze dell’ordine, ha seminato il terrore soprattutto tra Emilia-Romagna e Marche. La banda deve il suo nome all’auto utilizzata per i colpi, una Fiat Uno bianca, diventata simbolo di una stagione di violenza fatta di rapine, assalti e omicidi. Il bilancio è pesantissimo: 24 vittime e oltre 100 feriti, in una sequenza di crimini che ha sconvolto l’opinione pubblica.

Detto “il monaco” (per il carattere mite e silenzioso), fu il primo della banda a essere arrestato. Insieme al fratello Alberto fu membro della Polizia di Stato presso la Questura di Bologna, dove al momento dell’arresto rivestiva il grado di assistente capo ed effettuava il servizio di operatore radio nella centrale operativa.

Cos’era la banda della Uno bianca

La banda della Uno bianca fu un’organizzazione criminale italiana che, nell’Emilia-Romagna e nelle Marche, tra il 1987 e il 1994 commise 103 episodi criminosi (soprattutto rapine a mano armata), provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 115. Il nome della banda fu coniato dalla stampa nel 1991 nonostante sia stato accertato che i banditi abbiano utilizzato effettivamente una Fiat Uno bianca in soli 17 episodi.

La particolarità che rese il caso ancora più inquietante fu proprio il coinvolgimento di poliziotti in servizio, un elemento che alimentò paura e sfiducia nelle istituzioni. L’arresto arrivò nel 1994 e segnò la fine della lunga scia criminale. I processi successivi portarono a condanne pesantissime: Roberto Savi sta scontando diversi ergastoli.

Dal carcere di Bollate e dopo 32 anni di silenzio, Roberto Savi, capo della Banda della Uno, risponde alle domande di Francesca Fagnani in un faccia a faccia che andrà in onda stasera, martedì 5 maggio, a ‘Belve Crime’.

L’intervista a Belve

L’intervista verte su uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.

Messo alle strette dalle domande di Francesca Fagnani, Savi afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze: “Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa” è la rilevazione di Savi. “Qual era il motivo?”, chiede Fagnani. “Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?” svela Savi.

“Tornavo a Roma per parlare con i Servizi”

Savi ammette anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli ‘apparati’. “Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”, racconta l’ex poliziotto. “Com’è stato possibile?” affonda ancora Fagnani, “che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?”. “Un po’ sì”, risponde Savi con un sorriso beffardo. “C’è stata una copertura della rete investigativa?”, incalza la giornalista. E il criminale rivela: “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci”, racconta, aggiungendo un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”.