Non molto tempo fa, più precisamente prima dell’inizio della pandemia, il lavoro racchiudeva in sé più elementi. Oltre il contratto o le mansioni da svolgere, era anche la rappresentazione di uno spazio fisico e di un luogo basato sulle interazioni umane. A causa del Covid-19 si è verificato un cambio netto, in alcuni settori quasi radicale, che ha previsto l’introduzione diffusa dello smart working. Lavorare da casa, scisse le questioni prevalentemente obbligatorie e di sicurezza, si è rivelato per molti funzionale. Comodità, gestione del tempo, riduzione dell’inquinamento, meno stress e flessibilità. Questi, difatti, sono stati i fattori principali che hanno spinto a credere che la struttura del modello lavorativo sarebbe cambiato permanentemente. Eppure, tra il 2023 e il 2025 sembra si sia verificato un cambio di tendenza verso il ritorno in ufficio.
Lo smart working potrebbe sparire del tutto, perché?
L’impatto positivo che lo smart working ha avuto gli anni precedenti è innegabile. È stata proprio questa modalità a consentire alle persone di continuare a lavorare e alle aziende di non arrestare la produttività. Tuttavia, il tempo ha fatto emergere non solo i possibili aspetti negativi, ma anche la volontà delle imprese di indirizzare i dipendenti verso il rientro in sede. Il contesto italiano prevede uno scenario relativamente stabile nel 2025 e in crescendo rispetto al 2024.
I dipendenti che lavorano totalmente o parzialmente in smart sono oltre 3 milioni, ciononostante in Italia il lavoro da remoto viene attuato in percentuale minore, soprattutto rispetto al resto dell’Europa. La ragione principale è da ricondurre alla struttura economica del Paese. Nelle aziende grandi, collocate prevalentemente al Nord, la possibilità di svolgere lo smart working è più esteso. Nelle piccole e medie imprese è complesso, per gli ambienti lavoratici le cui mansioni sono svolte manualmente invece è impossibile.
Nel contesto globale gli Stati Uniti, pur avendo ancora 34 milioni di persone che alternano il lavoro in sede con quello da remoto, si evince che il numero è destinato a ridursi. Basti pensare che, tra il 2023 e il 2024, i dipendenti che lavorano in ufficio è salito dal 34% al 68%, riporta Geopop. A questo dato è necessario aggiungere l’obbligo che prevede la presenza fisica in ufficio. Molti imprenditori sostengono che entro il 2027 lo smart working non sarà più contemplato poiché la necessità di interazioni umane e interazioni informali siano indispensabili e impossibili da ottenere digitalmente. Gli aspetti postivi, così come quelli negativi, non finiscono qui.
Tra aspetti positivi e negativi, ma l’abbandono è difficile
Come accennato all’inizio dell’articolo, tra gli aspetti positivi figura indubbiamente la flessibilità. È innegabile che la sottrazione di alcuni obblighi o formalità alleggeriscano il carico complessivo, per non parlare di una più comoda gestione della propria quotidianità. Eppure, l’isolamento aggiunge un peso significativo alla bilancia. Le interazioni o il comune senso di appartenenza vengono meno a favore di un ambiente sì confortevole, ma privo di stimoli. Da non trascurare, invece, il rischio dell’avere lavoro e vita privata racchiusi in un unico ambiente. Questo, infatti, può far venire meno la distinzione e incentivare i dipendenti a lavorare anche oltre l’orario stabilito.
Per le aziende, invece, lo smart working risulta ostico poiché è difficile riuscire a monitorare l’effettivo operato dei dipendenti e la conseguente produttività. Pertanto, la tendenza di rendere il lavoro in sede obbligatorio tutta la settimana potrebbe spingere a quello che viene anche definito quiet purging (licenziamento silenzioso). L’assenza di scelta, infatti, indurrebbe il personale a dimettersi volontariamente in modo indiretto. Per ora non esiste una tendenza universale: le grandi aziende spingono per il lavoro in sede, le piccole e medie imprese per un sistema ibrido e flessibile. Pare che un numero significativo di dipendenti, qualora gli venisse imposta la presenza fissa sarebbero disposti a cercare un impiego che invece inglobi la flessibilità. Nel complesso, parlare di un futuro completamente privo di smart working è difficile e abbastanza improbabile.
Stefania Cirillo





