Guardando Amarga Navidad, l’ultimo film del maestro del cinema spagnolo Almodovar, la sensazione che assale quasi subito è il dubbio. Ciò a cui ci si ritrova davanti, soprattutto nella prima parte, è un film, nella sua essenza, sbagliato, fallimentare. Non è per nulla chiaro dove il maestro voglia andare, cosa stia bollendo nella mente di un regista che ha abituato, al netto della sua ultima parte di carriera, ad un cinema che vola spedito, dinamico, sempre attivo e che difficilmente rallenta. Anche nelle sue pellicole meno riuscite. In Amarga Navidad, invece, siamo di fronte ad un film che, nella sua accezione meno negativa, è definibile un film minore di Almodovar. Ma la grandezza di Bitter Christmas (ancora una volta traduzione anglofona superflua di un film di Pedro Almodovar) è proprio nella consapevolezza di essere un film “minore”. Ed è anche la grandezza di un maestro, in una pellicola che costantemente gioca sulle sensazioni e la visione della vita di Almodovar stesso.

Amarga Navidad si struttura come un autoritratto consapevole quasi quanto l’ultimo capolavoro di Almodovar: Dolor y Gloria (La stanza accanto, nonostante sia un grandissimo film, non raggiunge quelle vette di cinema della consapevolezza), in cui il regista stesso si interroga sul suo cinema, su ciò che ne rimane e su ciò che ne sarà in futuro. Amarga Navidad è quindi si, un film che inizialmente funziona poco, ma è un grandissimo film esattamente per questo motivo. Almodovar è consapevole che l’età avanza, che la morte (concetto che negli ultimi quindici anni di suo cinema aleggia nell’aria sempre di più) è qualcosa con cui fare i conti e di come l’arte possa resistere ben oltre la morte del corpo. E se il Natale è il periodo della rinascita, della vita che vince, Amarga Navidad è la morte che inesorabilmente avanza di cui bisogna tener conto. Il cinema è l’unica cosa che sopravvive, nutrendosi come una sanguisuga dell’esperienza, sopravvivendo oltre il corpo.

Amarga Navidad e Chavela Vargas

Il film racconta l’alternarsi di due storie parallele. La prima è ambientata nel 2004, dove Elsa, una regista che si occupa ormai solo di pubblicità, da un anno non dorme più per le forti emicranie quotidiane. La seconda racconta, nel 2026, dello sceneggiatore e regista Raùl che sta scrivendo un copione: è esattamente la storia di Elsa, del compagno Bonifacio e delle amiche Natalia e Patricia. Le due linee narrative si alternano, con Raùl che scrive ed Elsa che esegue. Elsa si trasforma nell’alterego di Raùl, che attinge dall’esperienza di ciò che lo circonda per concludere un sceneggiatura che attendeva da troppi anni. Elsa e Raùl finiscono per diventare la stessa persona e lo stesso personaggio, un uomo e una donna ossessionati dalla scrittura del loro prossimo film anche a costo di cannibalizzare le persone che li circondano: i lutti che Raùl vede intorno a sé, si trasformano nei lutti che vivono le amiche di Elsa, la perdita di persone care diventa occasione per raccontare il lutto. Ma fino a che punto può spingersi l’autofiction prima di rompere qualcosa nei rapporti umani?

Amarga Navidad è allora l’esperienza che forma e trasforma il racconto. È il pensiero che costruisce il senso, il vissuto che crea il racconto. Uno slittamento continuo tra reale e finzione che ci mostra quanto sia impossibile separare la vita e l’opera, la creazione e il suo creatore. Quella di Elsa è una storia in divenire, che prende forma proprio perché è Raùl a deciderne le sorti e l’evoluzione. Una mise en abyme sotto poetica di Almodovar in cui la sofferenza di donne e uomini prende forma in una narrazione frammentata e frammentaria di corpi e voci a loro volta frammentati. Un gioco di specchi che si regola e crea non solo nella narrazione, ma anche nella poetica dei personaggi che si muovono a tempo di Chavela Vargas e La Llorana. Raùl è Elsa ed Elsa è Raùl. A loro volta sono lo specchio di Almodovar stesso. Dove si traccia allora il confine tra realtà e finzione, se davvero esiste?

Hai già fatto i tuoi migliori film

Amarga Navidad è quindi, in tutto e per tutto, un film minore di Pedro Almodovar. Ma è proprio il ribadire la sua stessa natura a renderlo così straordinario. Il terzo atto del film è quanto di più meraviglioso possa uscire e sprigionarsi dalla poetica almodovariana. Un dialogo a due tra Raùl e la sua assistente (l’argentino Leonardo Sbaraglia) e la sua assistente Monica (la fantastica Aitana Sanchez-Gijon) che discutono sul cinema di Raùl e, di conseguenza, sul cinema di Almodovar. “Hai già fatto i tuoi migliori film” gli rinfaccia Monica: ed è vero, il regista spagnolo ha ormai alle spalle quella grandezza che lo ha reso uno dei maestri della sua generazione. Ma ne prende coscienza e non gli resta che rifugiarsi nel racconto totale di sé e dell’esperienza per poter partorire del grande cinema. Anche a costo di vampirizzare sé stesso e ciò che lo circonda. Non un bene, non un male, ma sicuramente un grande, piccolo, film.

Alessandro Libianchi