Le memorie di un uomo sopravvissuto agli orrori di Hiroshima verranno pubblicate per la prima volta quest’estate, dopo essere state ritrovate in un archivio statunitense. Il libro, che conta duecentotrenta pagine, è stato scritto quasi ottant’anni fa da Kiyoshi Tanimoto, testimone della distruzione della città dopo il lancio della bomba atomica, nel 1945.
La sua storia verrà raccontata in un lungometraggio, le cui riprese sono previste per febbraio 2027. Il film è prodotto da Donald Rosenfeld, ex presidente della Merchant Ivory Productions, casa di produzione di classici in costume come Casa Howard, con Emma Thompson. «È un’analisi approfondita di ciò che questa terribile bomba ha provocato», ha affermato Rosenfeld. «È un tema di grande attualità, visti i problemi con l’Iran e la Corea del Nord. Non si può immaginare niente di peggio di Hiroshima, ma potrebbe esserci qualcosa di ancora peggiore: si pensa che oggi la bomba sia 10.000 volte più potente. Dobbiamo assolutamente assicurarci che non accada di nuovo».
Chi era Kiyoshi Tanimoto, l’uomo sopravvissuto alla bomba di Hiroshima
Tanimoto, morto nel 1986 all’età di settantasette anni, era un sacerdote metodista di Hiroshima; si era salvato perché quel giorno si trovava fuori città per trasportare un armadio. Al suo ritorno, trovò orrori inimmaginabili, e decise di scrivere un’autobiografia, pensando che questa «avrebbe contribuito a garantire che nessuno dovesse mai più vivere un’esperienza simile», come ha rivelato la figlia Koko Tanimoto Kondo. Nella prefazione del libro di memorie, la donna scrive della necessità che le generazioni future lo ricordino, poiché «la memoria è la nostra speranza di sopravvivenza come esseri umani».
Le memorie sono state ritrovate nella biblioteca di libri rari e manoscritti Beinecke di Yale a New Haven, nel Connecticut, tra le carte di John Hersey, il giornalista americano vincitore del premio Pulitzer, scomparso nel 1993. L’uomo aveva stretto amicizia con Tanimoto durante una visita a Hiroshima otto mesi dopo il bombardamento, esperienza che ispirò il suo resoconto non-fiction del 1946, intitolato Hiroshima, da cui è tratto anche un film.
Rimasto inedito e dimenticato in un archivio statunitense, sarà disponibile dal 6 agosto, ottantunesimo anniversario del bombardamento di Hiroshima, da Random House negli USA e da Penguin nel resto del mondo. Nella prefazione, sua figlia scrive: «Per molti anni non ho potuto vivere a Hiroshima, la città in cui sono nata. Il giorno in cui cadde la bomba atomica avevo otto mesi, una neonata tra le braccia di mia madre. Ci sono voluti quarant’anni prima che lei trovasse il coraggio di raccontarmi, con le sue stesse parole, come fossi sopravvissuta. Pochi parlavano di quel periodo. I loro ricordi li tenevano in silenzio». Aggiunge che «l’esplosione rase al suolo quasi tutto nel centro di Hiroshima» e che il calore raggiunse circa 4.000°C al livello del suolo: «Bruciò legno, tegole, cemento e carne umana».
Le memorie di Tanimoto diventeranno un film
Il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti attaccarono Hiroshima con una bomba atomica nel tentativo di porre fine alla seconda guerra mondiale. Il primo attacco nucleare della storia devastò la città, riducendola in macerie. Si stima che circa 120.000 persone persero la vita nei primi quattro giorni successivi all’esplosione. I corpi rimasero ustionati e sfigurati dall’esposizione acuta alle radiazioni. Tre giorni dopo, gli americani sganciarono una bomba al plutonio su Nagasaki, uccidendo circa 73.000 persone. Il 15 agosto, il Giappone si arrese, ponendo fine alla guerra.
Il Guardian ha visionato la sceneggiatura della pellicola in fieri. Il protagonista Tanimoto ritorna in una città avvolta da fiamme altissime e fumo tossico, con edifici e persone distrutti e bruciati, mentre dense gocce nere piovono «quasi come petrolio che cade dal cielo». Incontra uomini, donne e bambini i cui vestiti sono stati strappati dai loro corpi, e poi si imbatte in un tram ribaltato, con un fianco squarciato. «Gli occupanti all’interno sono stati inceneriti. È attratto dalle vittime. Congelate. Come Pompei. Ognuna in una posa diversa. I loro corpi carbonizzati. Neri come il carbone». In una scena, infine, l’uomo riflette: «Ci meritavamo di perdere. Non potevamo vincere. Ci meritavamo la bomba atomica? Forse… forse no. Ma nessuno ancora capisce… cosa si provasse qui».
Federica Checchia





