Sono 183 le ordinanze eseguite dai carabinieri del Nucleo operativo del comando provinciale. Il maxi blitz antimafia di Palermo ha colpito al cuore la mafia, che ha cercato di ricompattarsi senza troppo clamore, ma sempre mantenendo il controllo ferreo della città. L’operazione ha invece messo in manette vecchi e nuovi boss, per un totale di 180 arresti. Le forze dell’ordine si sono dette commosse ed esultanti al termine dell’operazione.
Blitz Antimafia a Palermo, gravi danni a Cosa Nostra

Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia ha commentato l’operazione. “Cosa nostra continua a esercitare il suo fascino in certi ambienti, come le borgate in cui i giovani hanno alternative di vita limitate e si identificano in rappresentazioni di potenza di cui ancora gode la mafia. Nell’indagine di oggi sono coinvolti moltissimi giovani e su questi dobbiamo essere particolarmente attenti. Come siamo attenti ai vecchi capi che tornano, dobbiamo stare attenti a chi viene reclutato oggi, cioè al futuro della mafia. E vorrebbe tornare alla commissione provinciale, ma non riesce a ricostituirla. I boss palermitani non hanno accantonato il vecchio sogno, dunque. Cosa nostra è lungi dall’avere abbandonato le pretese di ricostruire il tessuto di relazioni e di solidarietà, non solo interne, che per decenni ne ha giustificato la posizione di dominio, in gran parte del territorio italiano”.
Ha inoltre affermato che “Da Cosa nostra si esce in due modi: o collaborando con la giustizia o con il fine vita. Altrimenti in Cosa nostra si rimane. Anche le vicende che sono rappresentate in queste inchieste lo dimostrano”. Scoperti dalle autorità i mandamenti mafiosi di Tommaso Natale (che aveva da poco celebrato le nozze d’argento con la moglie), boss di Porta Nuova. Arrestati anche Noce, Pagliarelli, Carini e Bagheria. Gli investigatori dei carabinieri del comando provinciale avevano scoperto il nuovo sistema di riunione per riorganizzare la nuova commissione provinciale, già colpita pesantemente dagli arresti di dicembre 2018. I capimafia in carcere e quelli ancora liberi utilizzavano telefonini di ultima generazione, che al loro interno contenevano particolari software criptati per i summit fra mandamenti. Si tratta di applicazioni di comunicazione con sistemi di crittografia avanzatissimi e difficilmente intercettabili.
Marianna Soru
Seguici su Google News





