Cinema

“L’abbuffata”, e Diamante si saziò di cinema

Trailer L’Abbuffata- Clip YouTube

Diamante, un borgo di marinari e pescatori. Chi per mestiere, chi per diletto. Dove s’incontra nei vicoli il profumo del mare misto a quello di un forno sempre aperto. La Capri del sud. Un intreccio di tradizioni popolari, lunghe e pittoresche. Come le odorose catene di peperoncini, che le vecchie del posto, con eterna pazienza, allineano con la magia di ago e filo. Qui si consuma L’Abbuffata, film del 2007.

Filari rossi e piccanti ovunque, dall’impatto cromatico capace di sorprendere il più frequente viaggiatore. Dove il rosso vivo e brucente, uguale a quello di un tramonto sul mare, hanno l’unica colpa di creare dipendenza. E quando, un maestro della regia come Mimmo Calopresti, scoprì questo luogo, con occhio esperto e raffinato, lo adattò a set per il suo cinema.

Diamante - foto ph Federica De Candia
Diamante – foto ph Federica De Candia

L’Abbuffata ha l’odore di mare

Nascerà una commedia brillante, divertente, e di malinconiche riflessioni. Che non guastano. Fedele ai luoghi incantati che la ispirano. Mai più azzeccata, fu la scelta del protagonista. Dalla Francia con furore, mette i piedi a terra, sulla costa calabrese, l’intramontabile Gerard Depardieu.

Ignoro se le trattative per il suo ingaggio siano state complicate. Tralasciando l’iter di contratto delle grandi star, e la consapevolezza che a Mimmo Calopresti non si può dire no. Ma la natura spassionata e compagnona dell’artista, capace di passare dalla classe del Conte di Montecristo, alla sapienza di un enologo vissuto, lo fa immaginare subito propenso a questa nuova avventura.

Depardieu in L'Abbuffata- Foto web
Depardieu in L’Abbuffata- Foto web

Depardieu il mago del L’Abbuffata

Magari, Depardieu, si è convinto e mai pentito, con un bicchiere di Cirò. Ad un tavolo, quando non sapendo il francese, s’improvvisa prendendolo per la gola. Tra i calabresi increduli e stupiti. Che un compagno di brigate così, solo il cinema poteva portarlo.

Questa la trama del film: quattro giovani amici vogliono far successo nel cinema. Tentando la fortuna con un lungometraggio. E quando la celebrità Depardieu, accetta di apparire nella pellicola, tutto il paese si mobilita nei preparativi di una grande festa di accoglienza.

Scena film L'Abbuffata - Foto web
Scena film L’Abbuffata – Foto web

L’Abbuffata è poesia

“Questa è la bellezza del cinema: le persone riescono a dirsi quello che non si dicono nella vita”. Una battuta del film che è ideata con ingegno, che fa sognare. Da un senso e un destinatario ai dialoghi delle sceneggiature. Affinché non si perdano, rimarcando la loro missione di lasciare tracce nell’infinito.

“Cos’ha il cinema che la televisione non ha? Il silenzio.” Altra firma d’autore di Calopresti. Un tocco accattivante nel dinamismo del racconto, le sue frasi. Dalle sfumature di profonda riflessione. Perché sembrerà un gioco da ragazzi, ma non sarà facile unire l’incanto del posto a impressionismi. Non scontati. Ma parole che sappiano di stati d’animo, piuttosto che farcite di irreali fabule. Il coraggio, la premiata sfrontatezza di comunicarle, fa il resto.

Terrazza a Diamante, set del film L’Abbuffata- Foto ph Federica De Candia
Terrazza a Diamante, set del film L’Abbuffata- Foto ph Federica De Candia

Calabria, amaro e nostalgia

Solidale con i sogni dei ragazzi, aspiranti cineasti, e con la tenacia tutta giovanile di rincorrere un desiderio, è il regista Calopresti. Nella parte di attore nel film. Ha l’entusiasmo del ragazzino nel progettare la storia, intessuta di frenesia. Così come, dimostra di conoscere l’inerzia e l’abbandono che la terra calabra può ipnotizzare.

La nostalgia delle radici, che è pane quotidiano per chi la sente, non avrà mai la sazietà che il titolo stesso, un po’ felliniano, suggerisce. Ma il tempo regalato ai paesani, scandito da siparietti naïf e dialoghi reali, di loro che interpretano se stessi, sarà una dolce amara suggestione. Per ritardare la malinconia. Il demone che divora gli assenti, consumati dai ricordi.

Diamante, terrazza del L’Abbuffata - Foto c ph Antonio Grosso Ciponte
Diamante, terrazza del L’Abbuffata – Foto c ph Antonio Grosso Ciponte

L’Abbuffata, aria di casa

La mancanza di certe parlate, di certi accenti, affabili anche se incomprensibili. Di luoghi, dove ti aspettano gli uomini di mare. Che si riconoscono dallo strato di pelle stemperato al sole e sale. Una corazza bruna, che li farà mozzo o nocchiero, o capitano di vela, al primo sguardo.

Su quella terrazza in bilico sul mare, una tavolata da sembrare una festa di matrimonio, è lì che s’infiamma la scena. La camera ripropone i gesti e le usanze senza tempo, delle donne impegnate a lavorare e a cucinare le carni di maiale. Perché non c’è calabrese tradizionalista che si rispetti, che non dedichi a quest’arte parte dell’esistenza.

Diamante, simile a L’Abbuffata- Foto nei vicoli, c ph Antonio Grosso Ciponte
Diamante, simile a L’Abbuffata- Foto nei vicoli, c ph Antonio Grosso Ciponte

Una tavolata, una scena epica

Una festa di cordialità, con Gerard a centro tavola. Nel film dentro al film, interpreterà un compaesano emigrato. Ma, all’occhio dello spettatore, apparirà soltanto un Depardieu affamato, nel ruolo di se stesso. Un trionfo di spontaneità, farcita dal gusto per la buona tavola.

Come se l’attore si fosse completamente dimenticato della sua parte da recitare. Come se gli accenti francesi avessero improvvisamente lasciato spazio alle troncature e i raddoppi di dizione calabra. Insomma, un Gerardo nuovo, nostrano. Maestosamente accompagnato dall’allegra comitiva famelica. L’indigestione, scontata, sarà forse, una catarsi.

Scena film L'Abbuffata - Foto dal web
Scena film L’Abbuffata- Foto dal web

L’Abbuffata, “a mia ma cunti”

Il bisogno di un cinema vero, è appagato nel L’Abbuffata. I calabresi che hanno contornato Depardieu e gli altri interpreti, Nino Frassica, Diego Abatantuono, Valeria Bruni Tedeschi, Donatella Finocchiaro, li hanno ammirati da vicino, sbirciati e trattenuti nelle tipiche e consuete foto a braccetto. Loro, sono l’esempio della genuinità di una storia dentro la storia. Attori del popolo, tanto più grotteschi quanto naturalmente puri. Che gli occhi di Calopresti hanno saputo regalarci.

“Mille anni al mondo mille ancora”, dicono i versi di una canzone di De André. E tanti, ce ne vorrebbero per dare spazio e raccontare una terra, forse amara, e arsa dal sole. Aspra come un cedro a Diamante. Bella quanto vera. E il cinema diventa un “cuntu anticu”, quando si incontra con la favola naturale di un paesaggio millenario.

Federica De Candia

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