Se potessimo viaggiare nel tempo e chiedere a Giulio Cesare o a Socrate quale fosse il loro orientamento sessuale, probabilmente ci guarderebbero come se fossimo alieni. Il motivo? Nell’antica Grecia e nella Roma imperiale il concetto di “omosessualità”, come lo intendiamo oggi, non esisteva. Non c’erano etichette o barriere di genere, per i signori del mondo classico la bisessualità era la norma. Tuttavia, è importante non cadere in idealizzazioni. La sessualità antica non era legata al romanticismo, ma a rigide dinamiche di potere.
L’omosessualità nell’antichità era libera, ma entro un certo limite
La regola d’oro del sesso nell’antichità era una sola: l’importante era chi stava sopra e chi stava sotto. Chi ricopriva il ruolo “attivo” era visto come forte, mascolino e dominante. Chi, invece, era “passivo” veniva considerato debole, sottomesso e degradato al livello di una donna. Quindi, a essere disprezzata non era l’attrazione per lo stesso sesso, ma la perdita di dominanza. In Grecia, questa visione era addirittura istituzionalizzata attraverso la pederastia: questo, per i greci, era un passaggio educativo fondamentale.
Un uomo maturo (dunque l’amante) prendeva sotto la sua ala un ragazzo tra i 12 e i 17 anni (ovvero l’amato), guidandolo nella crescita intellettuale e sentimentale. Il rapporto finiva non appena al giovane spuntava la barba, segno che era pronto a diventare un cittadino dominante a sua volta. Omero non lo rivela mai chiaramente, ma il legame tra Achille e Patroclo nell’Iliade si avvicina molto a questa tradizione. Lo stesso discorso vale per Alessandro Magno e il suo migliore amico Efestione.
E a Roma? Lì le cose erano ancora più sistematiche. All’inizio i romani liquidavano l’omosessualità come un “vizio greco”. Poi, però, hanno iniziato a studiare la filosofia ellenica e ci hanno preso gusto. Nella Roma imperiale, altamente gerarchica, il sesso era uno strumento di prevaricazione sociale. Il cittadino romano libero poteva andare a letto con chi voleva, uomo o donna che fosse, a patto di mantenere il ruolo attivo. Chi finiva nel ruolo passivo? Schiavi, prigionieri e prostituti, cioè gli ultimi della piramide sociale. Anche gli imperatori non si facevano mancare nulla: Adriano amò alla follia il giovane Antinoo, tanto che alla sua prematura morte lo fece addirittura divinizzare.
Il concetto era simile per le donne?
Per quanto riguarda le donne, infine, il patriarcato dell’epoca ha fatto tabula rasa delle loro storie. La sfera dell’omosessualità femminile è un mistero quasi totale. L’unica voce fuori dal coro è quella della poetessa Saffo (da cui i termini “saffico” e “lesbismo”), che cantava l’amore per le sue allieve nell’isola di Lesbo. Per il resto, la letteratura romana trattava le relazioni tra donne solo in chiave comica, convinta che senza un uomo non ci fosse davvero un senso.
Stefania Cirillo





