Attualità

Abolizione del reddito di cittadinanza: i dati utili per capirne gli effetti

Non c’è modo migliore, oggi, che diventare i buoni identificando un cattivo. Puntare il dito, dividere un popolo e poi aizzare una parte di questo contro la sua altra metà. Se prima l’Italia era popolo contro politica, oggi c’è un campo di battaglia che vede il popolo scagliato contro sé stesso. Contro, in realtà, la sua compagine più debole. Sfoglio i giornali e leggo questo virgolettato imputato a Giorgia Meloni toglieremo il reddito di cittadinanza a chi sta seduto sul divano e in questi anni non è stato in grado di trovare un lavoro”. Sfoglio la mia home di Facebook, il giorno dopo l’annuncio ufficiale dell’abrogazione del Reddito di Cittadinanza, e leggo “tutti ladri quelli che non lavorano”, “basta succhiare i fondi dello Stato”, “alzate il culo dal divano”, “è colpa vostra se il paese va in rovina”, “siete diventati ricchi a spese di chi lavora, adesso basta”. Una campagna comunicativa perfetta, quella della nuova destra italiana, che è riuscita a risvegliare e poi legittimare l’odio verso la fascia più debole di popolazione: i poveri. Perché ecco, sì, di questo si tratta. Forse è stata confusa la lotta alla povertà con la lotta ai poveri, ed allora ecco che qualche dato ci potrebbe aiutare a capire che no, l’abolizione del reddito di cittadinanza per tutti gli “occupabili”, non è la soluzione più giusta per ridurre le disparità e mettere un punto alle ingiustizie italiane. Ma andiamo con ordine, mettiamo in fila i dati, raccogliamo i numeri e le percentuali, riprendiamo possesso delle informazioni e capiamo perché, in Italia, “occupabile” non è né ciò che crediamo né ciò che ci raccontano. 

Photo credits: money.it

Gli ultimi dati INPS disponibili ci parlano dei primi mesi del 2022, e ci raccontano di quasi 1 milione e mezzo di nuclei familiari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Stiamo parlando di circa 3 milioni di persone coinvolte su una popolazione di 60 milioni di abitanti. L’importo medio mensile erogato, informa l’INPS, è di 582€. Cifre quindi ben lontane dal capitale di ricchezza che si imputa ai percettori del reddito. In questo quadro generale la percentuale più importante per capire l’errore di percezione nell’accanimento collettivo è questo: il 45,8% delle persone che percepisce il reddito di cittadinanza ha già un lavoro, ma è comunque povero. Eccolo, il primo enorme buco nero di questa frettolosa abrogazione: chi già lavora è, per definizione, occupabile; ma in Italia essere occupabili non basta, così come non basta avere già un lavoro per essere fuori dalla soglia di povertà. Molte persone hanno un lavoro che non gli consente di avere una vita dignitosa: di pagare affitti, tasse, bollette, cibo, studi, vestiti, mobilità.

Il RDC serve per permettere a queste persone di sopravvivere e per evitare che scendano sotto la soglia della povertà, perché da lì è statisticamente molto difficile risalire. Il Governo, d’altronde, non sembra prendere in considerazione questi numeri nei continui discorsi di accanimento contro i mitologici “occupabili” a cui, però, non pensa di dare sostegno alternativo attraverso misure per il salario minimo. Ecco che chi lavora non solo dovrà accettare salari non sufficienti a garantirgli una vita dignitosa, ma non potrà nemmeno più avere quel supporto di Stato necessario per ridare equilibrio a un mercato del lavoro completamente inadatto a soddisfare le esigenze di minima sussistenza. Ma non è tutto. La nuova manovra del Governo in lavorazione considera “occupabili” i cittadini con età dai 18 ai 59 anni, abili al lavoro e che non abbiano nel nucleo disabili, minori o persone a carico con almeno 60 anni d’età. L’ampiezza della fascia d’età è immensa e mi proietta immediatamente in una dimensione interrogativa altrettanto immensa: che cosa ne sarà del cinquantenne con in tasca nient’altro che la sua licenzia media e da decenni fuori dal mercato del lavoro? Che cosa ne sarà del quarantenne di un paesino del Sud che non ha potuto frequentare corsi di formazione o avere accesso ad una adeguata istruzione, e che non è mai riuscito a inserirsi del mercato del lavoro, e che sopravvive solo grazie al reddito di cittadinanza? Si pensa davvero che in un mercato iper-competitivo in cui si richiedono titoli, conoscenze ed esperienza, si riuscirà ad inserire facilmente persone che sono rimaste escluse per anni da ogni ambiente lavorativo? Vogliamo davvero lasciarci abbagliare dall’illusione che il mercato del lavoro italiano sia così efficiente da riuscire ad accogliere, tutte in una volta, migliaia di persone per cui non ha mai aperto le porte?  E se anche volessimo lasciarci cullare da questa velleità, a quale guadagno potranno aspirare queste persone in un paese con la media salariale tra le più basse d’Europa?

Certamente non ad un guadagno sufficiente per poter sopravvivere senza un aiuto statale, così come ci racconta chiaramente quel 45,8% di percettori del reddito che già lavora ma che, comunque, a sopravvivere da solo non ce la fa. D’altronde il reddito di cittadinanza, ce lo chiarisce l’ISTAT così come l’ultimo rapporto SVIMEZ, è stato tutt’altro che inutile nel suo intento di tutelare le persone dalla povertà. Nel 2020, si legge nel rapporto, “il reddito di cittadinanza è stato fondamentale”, perché “ha contenuto la povertà, con circa 1 milione di poveri in meno, di cui 750mila nel Mezzogiorno”. Le prospettive? Nel 2023 la povertà aumenterà, avvisano i rapporti, l’Italia avrà circa 700mila nuovi poveri per effetto dell’inflazione. Quanti diventeranno, se a coloro che sono stati tenuti in piedi dal reddito, verrà sottratta quella possibilità di sussistenza?

Ecco che purtroppo, dati alla mano, risulta difficile immaginare il successo di una manovra che sottrae aiuti ad una popolazione che ne ha disperatamente bisogno, costruendo una campagna intera sugli imbrogli legati al reddito di cittadinanza che, sì, ci sono, ma si attestano al 1,6% del totale dei percettori del reddito, così come riportato dalle indagini dei finanzieri in collaborazione con l’Inps. Il reddito di cittadinanza andava quindi mantenuto immutato? No. Nemmeno questa sarebbe stata la giusta soluzione perché se da un lato sarebbe stato importante lavorare per azzerare il numero di frodi, dall’altro lato sarebbe stato fondamentale lavorare per ampliare l’inclusività della misura che, pur avendo portato a dei risultati tangibili in termini di riduzione della povertà in Italia, ha tenuto fuori la metà dei poveri assoluti per via di criteri troppo stringenti e decisamente poco inclusivi. 

Ecco che pare ormai ovvio, non è colpa del reddito di cittadinanza se le politiche attive e il mercato del lavoro in Italia sono ampliamente insufficienti. Tuttavia queste sono, in gran parte, il motivo per cui se ne è resa necessaria l’introduzione. Appare quindi irrealizzabile la prospettiva di risollevare la popolazione italiana dalla povertà sottraendole quella che era, ad oggi, una delle principali fonti di salvezza per milioni di persone. 

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