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Aborto volontario: le regioni italiane che contrastano la legge 194

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La piena libertà di una donna di decidere quando interrompere la gravidanza, viene ancora ostacolata. Accade anche in Italia, dove i movimenti contrari all’aborto, hanno intensificato le loro proteste con propagande ma, soprattutto, campagne in tantissime città del Belpaese. Un’opposizione non contenuta o sedata dalla Lega e da Fratelli d’Italia, che governano in diverse regioni. Questi infatti, hanno un forte legame con gruppi cattolici e conservatori, e supportano concretamente il loro grido di protesta mirato alla limitazione dell’accesso all’aborto farmacologico

aborto volontario
photo credit: neodemos.info

In Italia, la possibilità dell’aborto farmacologico, risale solo al 2009, con l’introduzione del farmaco RU486. Basti pensare che, in stati come la Francia e il Regno Unito, sussiste rispettivamente dal 1988 e dal 1990. Nel nostro paese, non solo tale possibilità è giunta tardi ma, fino a poco tempo fa, prevedeva anche alcune limitazioni. La prima, era riguardava il tempo ridotto (sette settimane) rispetto a quello indicato dal farmaco stesso e adottato dagli altri paesi europei (nove settimane); la seconda, era il ricovero in ospedale per tre giorni. Dei veri e propri ostacoli che, invece di portare alla diminuzione delle interruzioni di gravidanza volontarie come sperato, avevano reso l’esperienza più traumatica. Il tutto poi, per ovvi motivi, è risultato più rischioso e complesso durante il periodo di pandemia.

Solo lo scorso 8 agosto il Ministero ha aggiornato le linee di indirizzo. Questo infatti, ha annullato l’obbligo di ricovero in ospedale e ha anche esteso a nove settimane di gestazione, la somministrazione del farmaco che può avvenire in consultorio o in ambulatorio. Una notevole passo avanti, se non fosse per alcune regioni. Piemonte, Abruzzo, Umbria e Marche infatti, limitano ancora l’accesso all’aborto volontario.

Aborto volontario: un diritto ancora ostacolato

A fine settembre, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia e con il sostegno del presidente di Forza Italia, la regione Piemonte ha diffuso una circolare. Questa ha contestato – e vietato – le nuove modalità di accesso alla pillola abortiva RU486 nei consultori. Inoltre, ha istituito l’attivazione di sportelli informativi negli ospedali pubblici, tenuti da associazioni anti-aborto per dissuadere le donne a non abortire.

A inizio febbraio, la regione Abruzzo – governata da Marco Marsilio di Fratelli d’Italia – ha inviato una circolare alle aziende sanitarie locali. Questa – firmata dall’assessore alla Sanità Nicoletta Verí – prevede che, l’interruzione di gravidanza farmacologica, avvenga solo in ambito ospedaliero.

È un provvedimento a favore delle donne. Si è reso necessario alla luce delle modifiche dello scorso agosto alla normativa che regolamenta l’accesso al trattamento farmacologico per l’interruzione di gravidanza. Penso che le donne debbano essere assistite in ambienti più consoni. Nelle indicazioni terapeutiche dei prodotti utilizzati, è infatti previsto che le pazienti devono poter disporre nella stessa sede di strutture mediche adeguate, così da poter far fronte ad eventuali effetti collaterali. Condizione che spesso non si verifica nelle nostre sedi consultoriali, dove non sempre è presente una figura medica 

Una circolare che ha scatenato molte polemiche, in quanto contrastante con le linee guida emanate dal Ministero della Salute che annullano l’obbligo di ricovero.

Umbria: movimenti pro-vita nei consultori

In Umbria, nel 2019, durante la campagna elettorale per il rinnovo del presidente e della giunta regionale, la candidata di centrodestra ed esponente della Lega Donatella Tesei, aveva firmato un “Manifesto valoriale” promosso da sette associazioni antiabortistiche, a sostegno della «famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e della vita dal concepimento fino alla morte naturale».

Una volta eletta, Tesei aveva provveduto ad abrogare una legge regionale approvata dalla precedente amministrazione di centrosinistra, la quale prevedeva l’assunzione della pillola abortiva in day hospital. Un provvedimento che aveva scatenato proteste e manifestazioni in strada tanto che, il Ministero, si era deciso ad adeguarsi alle linee di indirizzo. Di fatto però, i due ospedali più grandi della regione – quelli di Perugia e di Terni – non hanno mai introdotto la procedura farmacologica.

“L’interruzione volontaria di gravidanza causa la “sostituzione etnica”

A fine gennaio, la maggioranza di centrodestra delle Marche, ha deciso di opporsi all’aborto farmacologico e alle nuove linee di indirizzo ministeriali. Questa infatti, ha respinto una mozione presentata dal Partito Democratico per la piena applicazione della legge 194. Il capogruppo al consiglio regionale di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, per giustificare le limitazioni all’uso della pillola abortiva, ha citato l’imminente pericolo di una «sostituzione etnica», ovvero l’aumento di bambini, figli di genitori stranieri. Così, a metà febbraio, Ciccioli ha presentato una proposta di legge simile a quella umbra, con l’inserimento delle associazioni antiabortiste all’interno delle strutture pubbliche, al fine di prevenire l’interruzione di gravidanza e di tutelare la bigenitorialià.

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