A distanza di quattordici anni dallo storico debutto alla regia di Stefano Sollima, ACAB torna in veste seriale con una nuova storia e nuovi personaggi. Unico ritorno è quello del Mazinga di Marco Giallini, agente antisommossa di Roma che abbiamo già conosciuto nel film di Sollima. A lui si aggiungono Adriano Giannini e Valentina Bellè, due nuove figure all’interno del reparto di Polizia romana. E, ancora una volta, come quattordici anni fa, la serie si ispira liberamente al libro omonimo di Carlo Bonini, un racconto crudo della vita di una squadra del reparto mobile della polizia. A dirigere la serie è Michele Alhaique, sotto la produzione esecutiva dello stesso Sollima e la produzione di Cattleya insieme a Netflix.

Il libro e il film nacquero all’indomani del G8 di Genova, dei fatti alla scuola Diaz e dei successivi scontri. La serie debutta dopo un nuovo weekend di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine sulla scia della morte del giovane Ramy. La serie sarà disponibile dal 15 gennaio su Netflix. Di seguito, quello che il cast e i produttori ci hanno raccontato sulla serie.

ACAB, il cast racconta la serie

La vicepresidente per i contenuti italiani di Netflix Tinny Andreatta apre parlando della differenza di produrre una serie a distanza di 15 anni dal film. “Quando Cattleya ci ha presentato l’idea per un adattamento di ACAB in forma seriale abbiamo capito, fin da subito, che era un racconto che necessitava di una certa urgenza. Il tema stesso della dialettica tra ordine e caos richiede una certa urgenza. ACAB si muove tra i generi action e crime per parlare di violenza e rabbia. La collaborazione con Cattleya è nata fin da quando Netflix è approdata in Italia e la volontà dello streamer è di raccontare storie coraggiose, come quelle di Cattleya“. Ha continuato poi il produttore Riccardo Tozzi di Cattleya. “Per noi ACAB è ancora un terreno fertile da cui trarre storie. Quella della serie è una storia che affronta il grande tema della società che conferisce allo Stato il monopolio della violenza. Per noi, la dimensione psicologica dei personaggi è fondamentale“.

Arriva poi una domanda per Michele Alhaique, il regista della serie, su quanto sia stato difficile mettere in scena il rapporto tra vita privata e lavoro. “Sono due sfere che vanno costruite lentamente. E una semplice alternanza tra le due non mi bastava. Sono allora partito dalla musica, ho lavorato a ritroso. Mi mettevo la musica della serie in cuffia mentre giravamo così da averla solo io sotto le immagini e per avere delle immagini troppo plastiche“. Segue una domanda per Carlo Bonini, scrittore del libro e sceneggiatore su come la sua storia si sia trasformata in tutti questi anni. “Quelli di ACAB sono temi universali e la serialità ci ha dato la possibilità di affrontarli con una profondità maggiore. La serie ha l’obiettivo, come per il film e il libro, di mettere in discussione le nostre convinzioni, qualunque esse siano“.

Da come dice Sollima, ACAB gli ha “insegnato a capire cosa sia il punto di vista e a farci attenzione. Ho imparato a rappresentare personaggi che non giudico mai. Il tuo obiettivo è quello di accompagnare il pubblico nella visione, non guidarla verso il tuo punto di vista“. Valentina Bellè ha “cercato di eliminare il lavoro sulla parte femminile del mio personaggio. Marta lavora in un luogo testosteronico e nasconde la sua femminilità, quasi a farsi da scudo. Ho lavorato quindi proprio su questa mancanza, più che sulla presenza di una donna all’interno della squadra“. Marco Giallini, invece, ha trovato un Mazinga diverso: “non mi sono sentito il Mazinga del film sia perché sono passati tanti anni e alcune sensazioni le ho dimenticate sia perché è più il pubblico che riconosce il personaggio che io. Questo Mazinga è profondamente diverso e non ho preso in considerazione il vecchio personaggio“.

Adriano Giannini, che interpreta il nuovo arrivato nella squadra, ha raccontato come i conflitti siano alla base della serie. “Il mio personaggio è consumato dal conflitto, così come la squadra. E il conflitto è pane per i denti dell’attore“. L’ultima domanda è per Carlo Bonini, a cui viene chiesto come sia cambiata la polizia in tutti questi anni e un opinione sul caso Ramy. “Sicuramente c’è più consapevolezza. La polizia si è data una scuola di ordine pubblico, nel reparto mobile sono entrate le donne, si usano le body cam. Mancano altre cose, come un codice di identificazione. Ma il tema non è ‘sto con la polizia o no’. Il problema è se quella notte chi ha inseguito quel ragazzo si è comportato secondo le regole o no. Il tema è rispettare il confine tra uso legittimo e illegittimo della forza“.

Alessandro Libianchi

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