Cultura

“Addio, Giovanni Gastel”: il sinonimo “elegante” di fotografo italiano

“Ogni creativo dovrebbe lavorare su ciò che lo differenzia da tutti gli altri. Ogni essere umano ha una componente di diversità che è certificata dal DNA. Chi fa creazione, deve andare al fondo di se stesso: non cercare quello che vorrebbe essere, ma cercare quello che è. Per poi coagularlo in un sola parola, su cui costruire la propria estetica distonica, leggermente diversa da quella degli altri”. Così parlava Giovanni Gastel, il fotografo di fama internazionale che come parola aveva scelto “eleganza“: quel valore morale più che estetico che lui aveva sposato, indossandone gli atteggiamenti e la visione del mondo. “Perché il termine che scegli determina tutte le altre scelte”. Dunque, per lui, un uomo elegante è colui che si comporta eticamente nei confronti della vita: che paga le tasse, e che rispetta le donne – da buon ‘maschio femminista’ quale si identificava: “L’eleganza è nei tuoi comportamenti più che nella tua forma”.

Scomparso il 13 marzo scorso per le complicanze del Covid, Gastel, il 27 dicembre, aveva compiuto 65 anni. Classe 1955, era l’ultimo dei 7 figli di Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, sorella di Luchino Visconti: un “gigante meraviglioso, geniale” da cui ha appreso grandi insegnamenti. In un’intervista racconta di quando a 12 anni, grazie alla sorella maggiore – fondatrice di una compagnia di teatro sperimentale – si apre per la prima volta al mondo dell’arte, autorizzato e incoraggiato dalla mamma che aveva immediatamente intuito l’importanza di quella esperienza. Fu infatti alla primissima occasione che Giovanni capì quanto quel mondo fosse il suo: con qualunque qualifica. Perché la fotografia ancora non era all’orizzonte. Al contrario, a 14 anni pubblica una raccolta di poesie. Una passione che continua a coltivare, definendosi, non a caso, poet su Instagram, ma abbandonando l’idea di diventare un poeta. Fu una sua vecchia fidanzata, in particolare, a pressarlo affinché intraprendesse gli studi di fotografia. Una scelta che lo portò ad esser cacciato di casa, “perché papà voleva che studiassi” – raccontava – ma senza troppo stupore. Perché il mondo cui Giovanni apparteneva era già chiaro.

Cresciuto in un contesto ‘neoclassico’, Gastel si apre ad altri stili grazie alle riviste di moda americane che distrattamente sfoglia, accorgendosi che gli ideali di bellezza, eleganza, raffinatezza, nonché di rispetto stesso della donna, potevano essere reinterpretati in una chiave moderna. Studiando storia delle arti figurative, più che della fotografia, il tragitto intrapreso lo ha ‘liberato’ dal tentativo di seguire un trend. Cercando non di imitare i suoi esempi, ma di pensare come loro.

La carriera di Giovanni Gastel

E’ tra il 1975-76 che arriva la svolta, con il suo primo lavoro per la casa d’aste londinese Christie’s. Una svolta che diventa consacrazione nel 1981, quando Carla Ghiglieri diventa il suo agente, avvicinandolo al mondo della moda. Tanto che collabora prima con Annabella, e un anno dopo inizia a fotografare per Vogue Italia. Fino all’incontro con Flavio Lucchini, direttore di Edimoda, e Gisella Borioli, per Mondo Uomo e Donna. A partire dagli anni 80, la carriera di Gastel segue poi la crescita veemente del “Made in Italy”: scatta per le campagne pubblicitarie di Versace, Missoni, Trussardi, Ferragamo e molte altre grandi firme. E negli anni 90 arriva l’ulteriore svolta grazie ai lavori in Francia per marchi come Dior, con un successo che lo porta fino in Spagna e Regno Unito.

Quando gli hanno chiesto cosa fosse la bellezza, Gastel ha risposto “La bellezza è fatta di difetti in realtà”. Una convinzione venuta fuori già negli anni 80, in contrasto con quella bellezza americana perfetta, un po’ di ‘plastica’, che Gastel rompe rifacendosi alle arti figurative, nonché alla pittura rinascimentale italiana, da cui apprende che la bellezza sta nella personalità, quella che lui rintracciava nei dettagli: nelle mani, nel collo, in quello che contraddice ‘il manuale’. All’interno del quale ricercare lo stile stesso. “Tutto quello che il manuale dice di non fare, lo faccio tutto. Sempre”. Una somma di errori per cui si può dire: “quello è lo stile di Gastel”. Uno stile che non obbedisce alle regole, perché prima di tutto non obbedisce alla banalità. Ciò che conta è il risultato, non come l’hai ottenuto.

“Che cos’è la fotografia?

Per lui, qualsiasi forma d’arte era una macchina: per pensare, stimolare stati d’animo ed emozione, costituita da un lato aperto in cui, chiunque vi si approcciasse, doveva aggiungere qualcosa di se stesso. Per coinvolgere gli altri e allo stesso tempo in cui riconoscersi. Questo è il motivo per cui non intitolava mai le sue opere, poetiche o fotografiche che fossero. Per non “tracciare un sentiero di lettura”. E perché in ogni suo prodotto ciò che emerge è la verità, senza vergogne. Una verità che deriva da “ciò che io sono, non da ciò che io voglio essere”. E la gente lo sa.

La sua ironia era evidente, un’ironia che metteva in pratica anche su stesso, come gli uomini più intelligenti sanno fare. Con le sue ‘immagine magiche’ era capace di fermare la realtà, rappresentando la sua visione personale di quell’istante. Non come uno specchio ma come un filtro, funzionale anche ad un’operazione di visione del sé, perché “un grande fotografo ha una sintesi di te e per la prima volta ti vedi come ti vede lui, ma anche come quelli che sono fuori da te”, diceva. Senza mai pensare d’essere arrivato, ha fotografato immaginando sempre che fosse quella la sua occasione unica per dire qualcosa della sua vita: anche dinanzi ai cambiamenti apportati dal digitale, che non lo hanno mai ‘spaventato’ perché per lui l’elettronica applicata alla fotografia ne costituiva la nascita stessa, allontanandosi – anche in questo – dalla visione dei suoi colleghi coetanei. Per lui, il digitale ha ampliato le possibilità della fotografia: “L’idea che tutto il mondo abbia in tasca una macchina fotografica per me è un bene. È il trionfo della fotografia. Non so perché son così terrorizzati tutti. A chi è che fa male? – si chiedeva – a quelli che pensavano che il dominio della tecnica li difendesse. Ma quella è una cazzata. […] per la fotografia autoriale ci sarà sempre spazio e nessuno potrà rubare la tua differenza. Devi fare solo un po’ più fatica. Devi giocarti l’anima: questa è una buona notizia”. E Gastel l’anima se l’è giocata con le più grandi celebrità del mondo dell’arte, della cultura, dello spettacolo e della politica. Soprattutto negli ultimi anni, quando si dedica al ritratto, quello che lui considerava un’interpretazione: “Io la sento, quando scatto, la so. So che in quei 5 scatti c’è”. Molti sono stati esibiti nella mostra al Museo Maxxi di Roma nel 2020.

"Addio, Giovanni Gastel": il sinonimo "elegante" di fotografo italiano
Giovanni Gastel | MAXXI

Della pandemia e delle sue conseguenti restrizioni, Gastel, diceva: “Gli arresti domiciliari non differiscono poi molto dalla mia vita normale: ho sempre fatto questa scelta di esser fuori dal mondo”. Un mondo che, tuttavia, risentirà molto della sua mancanza, e difficilmente lo dimenticherà. Insieme allo scompiglio, ha lasciato infatti molto dolore in tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. In una sua poesia, scritta nel 2020, immaginava di arrivare in cielo: “Confesserò i miei peccati / così lassù saranno contenti / […] Sono stato un uomo difficile e complesso / cui stare al fianco? – chiedeva all’angelo che lo avrebbe accolto – E tu dirai / Sei stato un uomo / Ho visto di peggio”.

Francesca Perrotta

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