Qualche settimana fa, la stragrande maggioranza della popolazione italiana si è concentrata su un unico argomento: il dissing tra Fedez e Tony Effe. A metà tra un capriccio e un vero e proprio regolamento di conti, i due si sono sfidati a colpi di barre per diversi giorni, pubblicando singoli in cui se ne dicevano di ogni, tirando in ballo anche Chiara Ferragni. Ora che il polverone sembra essersi diradato, ci si chiede quanto il duello sia stato spontaneo e quanto, invece, non sia stato una banale mossa di marketing.
Interrogativi che rimarranno senza risposta, ma che hanno riacceso i riflettori su una pratica che affonda le sue radici nel passato. Ai giorni nostri, a duellare sono quasi sempre rapper e musicisti, basti pensare all’iconica querelle tra gli Oasis e i Blur; in passato, invece, era l’inchiostro a trasformarsi in veleno. Scrittore contro scrittore, poeta contro poeta; le pagine dei romanzi sono state a lungo dei veri e propri campi di battaglia, in cui le stilettate erano, a tutti gli effetti, affondi di penna stilografica. Ecco, dunque, una serie di “ceffoni letterari” passati alla storia.
Dissing letterari: Cicerone, creatore di polemiche

I liceali o ex tali provano un brividino lungo la schiena ogni volta che sentono il suo nome: Marco Tullio Cicerone. Avvocato, senatore, filosofo, letterato e conclamato attaccabrighe, nel corso della sua vita ha avuto più di un nemico. L’ultimo dei quali, Antonio, fu per lui fatale. La sua disputa più incisiva, tuttavia, rimane quella con Catilina. Protagoniste assoluta delle versioni di latino di generazioni di studenti, le Catilinarie sono quattro orazioni, successivamente trascritte. Queste vennero pronunciate tra il novembre e il dicembre del 63 a.C. in seguito alla scoperta e alla repressione della congiura che faceva capo al generale romano. Il discorso è noto soprattutto per la frase: «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?», traducibile in «Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?».
Dante contro tutti, tutti contro Dante
Un altro autore famoso per il suo caratterino era sicuramente il Padre della lingua italiana, Dante Alighieri. Nella Divina Commedia detrattori e avversari politici vengono disseminati un po’ ovunque, tra Inferno e Purgatorio, ma il Sommo ne aveva anche per i suoi colleghi. Ad infastidirlo, ad esempio, era il “modo antico” di scrivere in rima di Guittone D’Arezzo. Emblematico un passo del De Vulgari Eloquentia, in cui Dante consiglia, senza troppi giri di parole: «Cessino, i seguaci dell’ignoranza d’esaltare Guittone d’Arezzo e certi altri che, nei vocaboli e nei loro costrutti, non perderono il vezzo di imitare la plebe». Anche Cecco Angiolieri, convinto anti-stilnovista e dunque sua nemesi per definizione, è stato spesso bersaglio delle critiche dantesche. Lo scanzonato senese, tuttavia, non si lasciava di certo intimidire, ed era solito rispondere in versi alle provocazioni. Basti pensare al sonetto Dante Alighier, s’i’ so’ bon begolardo, un titolo che lascia poco spazio all’interpretazione.
Chi di penna perisce, di penna ferisce. Secoli dopo la sua morte, il poeta fiorentino si è trovato, suo malgrado, oggetto di considerazioni poco gentili da parte di Friedrich Nietzsche, che lo ha definito, seraficamente, «una iena che scriveva poesie sulle tombe». Chi la fa, l’aspetti, insomma.
Ungaretti VS Quasimodo, un dissing “ermetico”
Restando nel nostro Paese, impossibile non citare le sberle letterarie intercorse tra due fra i maggiori esponenti dell’Ermetismo, Salvatore Quasimodo e Giuseppe Ungaretti. Quest’ultimo non sembrava nutrire particolare stima nei confronti del Premio Nobel per la letteratura, e lo apostrofava come «pappagallo» o, addirittura, come un «pagliaccio». Poche parole, in fede alla loro corrente artistica, ma ben selezionate e, senza dubbio, andate a segno.
Lord Byron e John Keats, amici-nemici
«Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io». Lo avrà pensato anche John Keats, leggendo le esternazioni del suo “fratello” Lord Byron. In teoria i due, insieme a Percy Shelley, erano parte di una sorta di triumvirato del Romanticismo, ma se qualcuno dice di te: «Ecco qui la poesia di Keats piscia a letto, e tre romanzi da iddio sa chi… Non più Keats, vi supplico: scorticatelo vivo; se qualcuno fra voi non è disposto a farlo, lo dovrò fare io in persona: non c’è posto per quelle schifezze idiote nel genere umano», forse qualcosa è andato storto. Che dobbiamo fare? So’ ragazzi.
Baudelaire, Voltaire e il famoso bon ton francese
Ma la Francia non era la patria dello charme e dell’eleganza? Sì, ma non per Baudelaire che, d’altronde, meritava appieno il titolo di “poeta maledetto”. Senza particolari peli sulla lingua, il cantore dello Spleen dedicò uno dei suoi “Fiori del male” al padre dell’Illuminismo. Il drammaturgo parigino venne quindi etichettato con nonchalance come «Re degli imbecilli, il principe dei superficiali, l’anti-artista, il portavoce delle portinaie, il padre Gigogne dei redattori del Siècle». Chissà se la massima «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo», attribuita proprio a Voltaire, valeva anche per il buon Charles?
Mark Twain VS Jane Austen, il dissing che non ti aspetti
Quando Mark Twain venne al mondo, Jane Austen era già deceduta da quasi vent’anni. Difficile, dunque, associarli tra loro. Eppure, l’autore di Tom Sawyer, ha riservato alla scrittrice parole di fuoco. In un’intervista dichiarò:« Non ci guadagno nulla a stroncare libri, e non lo faccio a meno che non li odi. Spesso ho provato a scrivere di Jane Austen, ma i suoi libri mi fanno diventare matto a tal punto che non riesco a nascondere la mia furia al lettore; tutte le volte che leggo orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppelirla e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia!». Non sapremo mai cosa avrebbe risposto la diretta interessata, ma immaginiamo che avrebbe potuto autocitarsi, magari usando proprio un passo del romanzo tanto detestato da Twain: «Vi è un bel detto antico che tutti i presenti sicuramente conoscono: “Conserva il fiato per raffreddare la zuppa”. Vuol dire che conserverò il mio per riscaldare il mio canto.».
Federica Checchia
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