Esteri

Afghanistan, Luigi di Maio: “Pronti a evacuare ma non lasceremo mai solo il popolo afghano”

«Ho sentito il presidente Draghi per fare il punto della situazione»
Ministro Luigi Di Maio, quanto è alta la preoccupazione del governo sull’Afghanistan?
«Alla Farnesina stiamo monitorando la situazione 24 ore al giorno, in stretta sinergia con la nostra ambasciata a Kabul, con i ministeri della Difesa e dell’Interno e con la nostra intelligence. La priorità è mettere in sicurezza i nostri connazionali».

L’impegno di 50 mila soldati italiani in vent’anni e il sacrificio di 50 vite è stato vano?
«È doloroso vedere quello che sta succedendo, ancor più doloroso è pensare a tutte le vittime che ha causato questa guerra. Ma non dobbiamo dimenticare il contributo che i nostri militari hanno dato in questi 20 anni a sostegno delle comunità afghane».

Ci sarà un nuovo impegno dei militari italiani?
«Non ci sarà un nuovo impegno militare, ma non possiamo pensare di abbandonare dopo 20 anni il popolo afghano».

L’escalation della crisi afgana è oggetto di un confronto costante al più alto livello sulla linea Palazzo Chigi-Farnesina-Difesa-Interni, e gli ultimi colloqui Draghi-DiMaio-Guerini sono arrivati mentre l’aria intorno alla capitale si fa sempre più pesante. Perché i ribelli sono lontani soltanto poche decine di chilometri, dopo aver conquistato le altre città principali, approfittando del ritiro dei militari della Nato. I diplomatici stranieri non verranno toccati, hanno assicurato i talebani, ma nelle cancellerie occidentali, inclusa Roma, si valutano tutte le possibili opzioni per proteggere i connazionali rimasti, a partire dagli staff diplomatici. Inclusolo scenario più drastico, come l’evacuazione.     L’obiettivo sulla linea Roma-Washington, hanno convenuto i due alti funzionari, è rafforzare il coordinamento tra le due ambasciate e con quelled ei Paesi alleati a Kabul. E si è discusso di quali iniziative intraprendere, nel quadro del peggioramento della sicurezza sul terreno.   Finora l’orientamento emerso in altre capitali è quello di ridurre il proprio personale delle sedi diplomatiche, è il caso dei tedeschi, o di evacuare tutti, come Norvegia e Danimarca.  

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