Cinema

Al Pacino, la leggenda di un talento che buca lo schermo

A Hollywood esistono diversi tipi di attori di successo. Ci sono le star che cavalcano più o meno a lungo l’onda della popolarità, e i fuoriclasse che si elevano sopra la massa dei meri professionisti. Distinta dagli uni e dagli altri, vi è poi un’ulteriore categoria. Si tratta di quella rara specie di autentici artisti capaci, al pari dei grandi registi visionari, di lasciare un segno indelebile nella cultura stessa del mezzo cinematografico. Al Pacino, che proprio oggi compie gli anni spegnendo 81 candeline, rientra a pieno titolo in questo ristretto gruppo di miti del grande schermo.

Figlio di genitori italo-americani, Alfredo James Pacino nasce il 25 aprile 1940 a New York. Gli amici lo soprannominano “l’attore” già negli anni dell’adolescenza, sebbene all’epoca la sua ambizione maggiore fosse quella di diventare giocatore di baseball. Dopo essere stato ammesso alla High School of Performing Arts, Pacino lascia la casa della madre, che non approva la sua scelta di studi. Per mantenersi accetta impieghi come fattorino, inserviente e lavapiatti. Rifiutato dal prestigioso Actors Studio, inizia per lui il periodo più buio. Spesso disoccupato e senza dimora, si trova a dormire per strada, nei teatri o a casa di amici. Nel giro di due anni, vengono a mancare sia la madre, sia il nonno.

La folgorante carriera di Al Pacino, dal teatro al cinema

Quattro anni dopo il primo rifiuto, l’Actors Studio gli apre finalmente le porte, e Pacino studia il cosiddetto “Metodo” sotto la guida del maestro Lee Strasberg. È quindi dalle tavole del palcoscenico che la sua carriera spicca il volo. Nel 1969 e ancora nel 1970 si aggiudica due Tony Award, l’Oscar del teatro, grazie alle performance in “Does a Tiger Wear a Necktie?” e “The Basic Training of Pavlo Hummel”. A questo punto, l’industria cinematografica non tarda ad accorgersi del talento di questo astro nascente e a bussare alla sua porta.

Attore di rara sensibilità e carisma, Al Pacino ha dato corpo, voce e anima ad alcuni dei più memorabili personaggi del cinema, conferendo loro una grandiosità tragica quasi shakespeariana. Francis Ford Coppola lo nota nel suo film d’esordio del 1971 “Panico a Needle Park”. Pur di averlo nel ruolo di Michael Corleone in “Il padrino”, il regista è disposto ad entrare in conflitto con i produttori, i quali preferirebbero affidare la parte a un volto più noto. Coppola la spunta, e il resto, come si suol dire, è storia. Nella sola decade degli anni ‘70, Pacino colleziona quattro nomination all’Oscar come Miglior Attore, prendendo parte a capolavori indiscussi come “Il padrino”, “Il padrino – Parte II”, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” e “… e giustizia per tutti”. Dovrà tuttavia attendere il 1993 per aggiudicarsi la statuetta con “Scent of a Woman – Profumo di donna”.

La sua intera filmografia, oltre 50 pellicole, è un susseguirsi di grandi titoli e cineasti, e sì, com’è inevitabile per un percorso professionale tanto longevo, anche di qualche clamoroso scivolone recente. Se qualcuno però pensa che la parabola di questo interprete leggendario sia entrata nella sua fase discendente, Pacino si è già dimostrato pronto a smentirlo. Nel 2019 l’Academy lo ha nominato ancora una volta per “The Irishman” di Martin Scorsese, e giusto l’anno scorso, nei panni di un cacciatore di nazisti, è entrato in lizza per il Golden Globe con la serie Amazon “Hunters”.

Al Pacino in "Il padrino" (1972) - Photo Credits: Bygonely
Al Pacino in “Il padrino” (1972) – Photo Credits: Bygonely

Sergio Rosi

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