Va in scena al teatro dell’Opera di Roma una delle opere più soavi e musicalmente dense di Georg Friedrich Handel: l’Alcina. Dopo duecentonovanta anni dalla prima assoluta al Covent Garden di Londra, il regista libanese Pierre Audi si impadronisce del capolavoro barocco. L’Alcina viene resa contemporanea, non nei costumi (che sono d’epoca) ma nella recitazione, che punta ad essere toccante e psicologicamente credibile. Per realizzare ciò, equilibrando il virtuosismo ornamentale dei singoli numeri, Audi si affida a interpreti di acuta sensibilità: Mariangela Sicilia nel ruolo di Alcina, Carlo Vistoli in quello di Ruggiero, e poi ancora Caterina Piva, Anthony Gregory, Mary Bevan, Silvia Frigato e Francesco Salvadori. La prima è stata martedì 18 marzo: le repliche sono previste per venerdì 21, per il 23, il 25 e il 26. L’allestimento è del Teatro dell’Opera di Roma, in collaborazione con De Nationale Opera di Amsterdam. Dirige l’orchestra il maestro Rinaldo Alessandrini.
La magia di Alcina: suggestione o potere?

Nell’opera – una delle ultime in italiano di Handel a cui arride un vero successo – viene rielaborato un libretto di Antonio Fanzaglia, su soggetto ariostesco: la maga Alcina attira uomini desiderosi sulla sua isola incantata e li trasforma in sassi, in fiere, in corsi d’acqua. Ultima sua preda è il paladino Ruggiero, della quale ella si è innamorata, lasciandogli un aspetto umano. A cercarlo sopraggiunge sull’isola la sua promessa sposa, Bradamante, che si nasconde sotto l’identità del fratello Ricciardo, con il confidente Melisso. E qui parte una girandola di equivoci, travestimenti, magie, amori non corrisposti: Morgana, sorella della maga, si innamora di Bradamante, scatenando le gelosie del comandante Oronte che, per allontanare il suo rivale, sobilla i sospetti di Ruggiero dicendogli che la stessa Alcina è innamorata di Ricciardo, appena approdato sull’isola. La commedia sfocia nella tragedia sul finale, in cui Alcina, privata ormai di ogni potere, soccombe a Ruggiero. Egli è rientrato in possesso di sé, e con uno sforzo di volontà degno di un superuomo nietzscheano, ha deciso di porre fine alle illusioni della fattucchiera.
Da un punto di vista strutturale, Alcina è fuori dalla norma per il repertorio handeliano. Non ci sono praticamente numeri d’insieme, tranne per un terzetto, e mancano anche i recitativi accompagnati. Si tratta di una successione chirurgica di arie soliste, intervallate dalle scene in cui prosegue l’azione. Per rimanere nel tema magico dell’opera, l’Alcina è un grimorio d’arie d’opera, in cui tutto ciò che era esprimibile nel teatro dell’epoca viene toccato: arie di vendetta, arie d’amore, arie d’incanto, arie di scherno e chi più ne ha più ne metta. Sfogliando il libretto, leggendo a mezza voce la partitura, si ha davvero la sensazione di avere a che fare con qualcosa di stregonesco. Ma la magia dell’Alcina è una magia dell’interiorità, volta ad ammaliare la mente e il cuore più che a trasformare gli elementi sensibili. Il clima magico permea l’alterazione mentale del reale, una sorta di allucinazione collettiva d’amore in cui tutti, persino la maga, sprofondano.
Alcina al Teatro dell’Opera: scenografia d’illusione, recitazione di realtà
La messa in scena di Pierre Audi gioca sapientemente sul contrasto tra realtà e illusione. Il primo atto è tutto ambientato nell’isola fatata e arcadica di Alcina. I personaggi si muovono con disinvoltura, quasi spensierati, mentre incombe sul fondo della scena la bocca oscura di una caverna. Poi arriva l’interessante trovata scenografica del secondo atto, quando al risveglio interiore di Ruggiero corrisponde un ribaltamento delle quinte dipinte, che si mostrano per quello che sono: delle quinte, appunto. Gli inganni della terribile maga sono finiti, e la verità è calata come una scure. Da questo momento in poi, gli elementi fantastici ricorreranno solo alla diretta presenza della maga. Saranno espressione del suo trionfo o del suo turbamento emotivo. Memorabile la spettrale coreografia degli spettri d’Acheronte evocati da Alcina nell’aria Ombre Pallide, lo so, m’udite. Qui, forse per la prima volta, capiamo che Alcina non è una ciarlatana seduttrice. Lei è una vera e propria negromante, capace di chiamare a sé le forze oltramondane per scatenare la sua vendetta.
A proposito della scenografia, Pierre Audi ha specificato molto bene la sua idea di teatro barocco. Si tratta di un teatro di relazione tra personaggi, non di un accumulo di carton-pâte. E la nudità della scena, in cui l’unico elemento decorativo è dato dalle quinte dipinte e da una sedia solitaria, mette a nudo l‘interiorità dei personaggi. Nonostante tutti i daccapo delle interminabili arie handeliane, il regista invita gli attori, che spesso restano sulla scena anche quando non cantano, a curarsi più della recitazione che del bel canto (Verdi li avrebbe invitati a “recitar cantando”). Perché è solo dalla tensione che si crea tra l’intenzione psicologica, recitativa e il modulato melodico del canto che l’opera barocca assume tutte le sfumature che la rendono godibile ancora oggi.
Lorenzo La Rovere
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