“Accettare di cambiare opinione significa scomparire. il massimo che possiamo fare di queste camere stagne in cui viviamo, è socchiudere un poco le porte, tenerle accostate per sentire l’altro. E confermarci che è diverso.” Questo a mio avviso è il concetto più forte espresso nel libro di Valeria Parrella : Almarina(Einaudi), concetto che ne fa un libro politico più che di qualsiasi altra natura. Peccato.
Peccato perché Valeria Parrella scrive bene come pochi, senza quella ricerca letteraria da scrittura colta. Nel suo stile fluido, chiaro, intimo, appassiona, porta il lettore all’immersione totale nella storia che vuole raccontare.
Parrella contro Russel
Ed è per questo che quel pensiero lascia stupefatte le menti più libere, aperte, un pensiero in netto contrasto con Russel secondo il quale solo i morti e gli stupidi non cambiano idea. Un concetto che sicuramente in tempi bui come questi altro non vuole che strizzare l’occhio a quella parte politica che domina la “cosiddetta” classe culturale e magari vincere così il premio Strega.
La storia
Come nel “lo lo spazio bianco” la protagonista è un’insegnante che prova a inserire nella realtà sociale un’umanità deragliata; ma mentre in quel contesto erano adulti fuori tempo massimo impegnati a recuperare la terza media, qui sono giovani all’interno del carcere minorile di Nisida. A Napoli.
Il carcere è descritto come un’isola sull’acqua dove le colpe possono finalmente sciogliersi e sparire; colpe alle quali la scrittrice non accenna mai. Non scrive mai per quali reati siano stati rinchiusi quei ragazzi. La stessa Almarina, la ragazza rom che suscita in lei il desiderio di accudimento, per il quale ne chiederà l’affidamento, è descritta solo come vittima di inaudita violenza; senza entrare mai nella cultura di quell’etnia.

Almarina
Almarina è terra disossata: è un nodo, un gomitolo, una scimmia. È una donna bambina arrivata in Italia su un camion con il fratellino dal quale verrà subito separata. E’ stato strappato tutto ad Almarina, nella maniera peggiore possibile: la madre, l’infanzia, il fratello, e dal grembo il figlio di suo padre. Ridotta a un osso malconcio, una mano rigida, i capelli rasati, risveglia nella sua insegnante di matematica, anche lei terra desolata, sterile, a causa di un aborto deciso in gioventù, quel sentimento nuovo fatto di una convinzione vecchia, secondo la quale qualcuno può farcela.
Può farcela anche senza dimenticare, può farcela conoscendo il calore di una casa, di un letto, l’affinità elettiva con un’altra persona, in questo caso una donna come lei. Una donna con la quale rimane seduta a guardare il mare e che vuole insegnarle a nuotare. Si può imparare anche da grandi scrive la Parrella, ma nell’imparare lei non contempla il cambiare idea, il comprendere le ragioni del diverso da se.
Vittime e carnefici sono uguali
Solo qualche riga infatti viene dedicata alle risse provocate dai ragazzi contro le loro guardie carcerarie, alle ferite inferte loro, ai danni provocati, a tutta la violenza di cui sono capaci. E nonostante mai abbia visto quelle stesse guardie usare violenza sui ragazzi, rispondere alla loro rabbia, al loro disagio, è loro che considera estranei, non degni di rispetto. Sono diversi, sono nemici, solo per il fatto di avere “scelto” quel mestiere, per qualunque ragione lo abbiano fatto, fosse anche, lavorare per vivere. Solo per il fatto di essere carcerieri di chi per lei non dovrebbe essere incarcerato.
Quei ragazzi sono solo vittime senza responsabilità personale, mai. Anzi la scrittrice fa di più, accomuna tutti i carnefici a tutte le vittime affermando che hanno diritto allo stesso livello di compassione.

Tutto questo perché la Parrella da alla compassione un colore politico, quando l’unico colore che dovrebbe avere è quello umano, fatto di empatia ed equilibro, di giustizia e anche di perdono quando serve. Scrive: vederli andare via è la cosa più difficile, perché torneranno da dove sono venuti e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui.
È la colpa è nostra, della cosidetta società evoluta, che butta nel cestino il cartone della pizza e le cartacce, e si comporta e vive secondo le normali regole di convivenza civile. Siamo noi che dovremmo sentirci responsabili per chi non riesce ad affrancarsi da una condizione di degrado sociale e culturale. Siamo noi che dovremmo sentirci colpevoli del fatto che per uno che ce la fa, anche senza passare da Nisida, migliaia di altri non si accorgono nemmeno di potercela fare, a dispetto di una condizione che sembra radicata nel sangue al pari di qualsiasi altra caratteristica genetica.
Sono gli insegnanti che decidono di entrare nelle carceri che dovrebbero essere pagati di più.

La società è un corpo unico
Sembra che fuori da Nisida la scuola e la famiglia non siano la società; non siano in realtà quei microcosmi all’interno dei quali tutti noi facciamo le prime esperienze di vita; quelle più formative, importanti. La società sembra essere per la Parrella solo la strada, la gente, soprattutto quella che ha un pensiero politico, sociale, umano, diverso dal suo. Un pensiero che da un valore alla compassione, e che sente più dolore per le vittime e non per i carnefici, qualsiasi storia abbiano alle spalle.
Peccato si, che la Parrella tenga la porta socchiusa per ascoltare le grida di dolore di tutte le vittime, comprese quelle che rimangono vive. Peccato che pur descrivendosi affetta dal morbo dell’umanità, proprio quelle grida non la tocchino ma le sembrino incomprensibili, e le confermino quanto siano diverse quelle menti che vorrebbero solamente una società più giusta. Dove lei vede la giustizia solo come l’esito possibile di un ragionamento.
La politica sommerge Almarina
Peccato perché Valeria Parrella scrive bene, perché il libro potrebbe essere bello se non fosse solo politico. Peccato perché fino alla fine ho tenuto, io lettore, quella porta socchiusa, sperando che potesse essere all’altezza dell’umanità tutta. Invece quello che ho letto, mi ha costretto a chiuderla per sempre su quelle pagine e su chi è stato capace di scriverle senza l’ombra di un rimorso.
Cristina Di Maggio
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