Cultura

Andrea Zanzotto, la fuga di un poeta

Andrea Zanzotto
Andrea Zanzotto- immagine web

Quando viene chiesto al poeta veneto Andrea Zanzotto a cosa servano i poeti, egli risponde definendo la figura del poeta come marginale ed emarginata al tempo stesso. Zanzotto concepisce la poesia come un momento di fuga produttivo. La vita del poeta veneto si pone come la protagonista di questa fuga. Andrea Zanzotto nasce a Piave di Soligo nel 1921 da una famiglia umile, difatti l’infanzia del poeta è caratterizzata da gravi ristrettezze economiche.

Inoltre, ad aggravare la già precaria situazione economica familiare è l’apprezzamento dimostrato dal padre nei confronti di Giacomo Matteotti. Il padre, accusato di antifascismo, riscontra gravi difficoltà a trovare un lavoro. Quindi, il poeta e la famiglia si trasferiranno a Parigi in cerca di opportunità. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, Zanzotto viene chiamato alle armi, tuttavia viene poco dopo esonerato per problemi polmonari. Durante la prima parte della sua vita, Zanzotto vive opponendosi intellettualmente al regime fascista e unendosi ai partigiani.

Primo piano del poeta - immagine web
Primo piano del poeta – immagine web

Andrea Zanzotto, fuga da un tempo passato

Zanzotto comincia a lavorare nell’attività partigiana contribuendo ai manifesti e alla propaganda. Questo periodo è uno dei più complicati per il poeta, il quale deve proteggersi sia dal governo fascista sia dall’asma, cruccio che lo accompagnerà durante tutta la sua vita. Possiamo notare come lo status politico e la salute del poeta veneto abbiano, difatti, caratterizzato la prima parte della sua vita. Una vita in fuga da malattie polmonari e da un governo dittatoriale.

Dopo la fine della guerra il poeta, iscrittosi in precedenza al Partito Comunista, sostiene la Repubblica nel ‘46. Finalmente Zanzotto può dedicarsi pienamente ai suoi studi e componimenti, tra i quali ricordiamo La Beltà (1968), una raccolta in versi pubblicato a Milano da Mondadori e presentato da Pier Paolo Pasolini

Andrea Zanzotto, la fuga
Andrea Zanzotto- immagine web

Andrea Zanzotto una ritirata dal tempo presente

La seconda guerra mondiale aveva lasciato delle cicatrici profonde nel cuore del poeta, e della sua generazione. Come scrive il filosofo Theodor W. Adorno:

“La critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere oggi poesie”.

Gli orrori della guerra avevano toccato profondamente la comunità culturale ed artistica del tempo, al punto da mettere in discussione il futuro di questa forma d’arte. Ad ogni modo, Zanzotto non condivide questa visione e continua una fuga poetica iniziata da molto tempo. Egli pensa che la poesia, solo nel suo esserci, costituisca ‘la prima figura dell’impegno umano’. Il poeta continua coraggiosamente a contrapporsi ad un appiattimento culturale, e produce alcune delle sue opere maggiori come: Dietro il passaggio (1951) e Elegia e altri versi (1954).

Una fuga dal tempo futuro

In un’intervista condotta da Carlo Mazzacurati e Marco Paolini è possibile osservare un poeta invecchiato e provato dal tempo, ma ancora lucido nel pensiero. Dopo il terrore e i timori del passato, Andrea Zanzotto sembra non prospettare un futuro più lucente. La spasmodica produzione del sistema consumistico, il mutamento climatico e il decentramento dell’uomo nella società, sono alcuni dei punti di maggiore preoccupazione per il poeta.

In particolar modo, è spaventato dalla percezione di un mondo nocivamente basato su una produzione eccessiva ed effimera, focalizzata sul superamento continuo del prodotto precedentemente inventato. Queste preoccupazioni portano Zanzotto a parlare della ‘sacralità della vita’ come una pratica antagonista del consumismo sfrenato, e come un bene irrinunciabile dello spirito. La sacralità della vita, infatti, trascende religione e teologia: è un qualcosa di assoluto e di inamovibile nel nostro pensiero. Se dovesse venire a mancare la sacralità cadrebbe tutto.  

Andrea Zanzotto
Andrea Zanzotto- immagine web

La fuga

Generalmente il termine fuga detiene una connotazione negativa: si pensa a questa come un modo di circumnavigare un ostacolo. L’interpretazione di fuga di Andrea Zanzotto devia da questa definizione classica. Poeti del passato e del presente hanno affrontato innumerevoli volte questo tema, come Carlos Drummond De Andrade, Fernando Pessoa e Charles Bukowski ed ognuno di loro concepisce una visione di questo termine leggermente diversa.

La fuga per Zanzotto è un’arte, un’arte del superamento, un’arte della sopportazione e un’arte nel senso più alto e antico del termine, ossia l’innalzamento dalla condizione umana. La fuga è quindi l’azione di non omologarsi ad un governo fascista, o di non arrendersi al degrado e alla morte della poesia. Per riprendere le parole del poeta:

“La poesia è un momento di fuga che arricchisce.”

Andrea Zanzotto ha fatto poesia per tutta la vita, e perciò la sua è stata una vita in fuga.

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a cura di Giordano Boetti

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