Non è forse casuale che i destini di Giancarlo Antognoni e della Fiorentina si siano incrociati in maniera irreversibile. Nella liturgia talare il viola è infatti colore di penitenza e sofferenza, mentre nell’ambito dello spettacolo simboleggia la sfortuna. La stessa che lo accompagnerà durante l’arco di un’intera carriera, impedendogli di vincere sul campo il Mondiale del 1982.

Giancarlo Antognoni: il figlio delle stelle adottato da Firenze

Dici Giancarlo Antognoni e pensi subito alla Fiorentina. Questo perché il legame che unisce lo storico capitano alla squadra gigliata ha qualcosa d’istintivo e carnale come il rapporto tra una madre e un figlio. Firenze lo ha adottato appena diciottenne e, come una madre premurosa, ha gioito e sofferto insieme a lui, lo ha cullato, coccolato, ammirato per poi sorreggerlo nei momenti di maggiore difficoltà.

E’ anche per questo motivo che Antognoni non l’ha mai tradita come invece hanno fatto tanti campioni prima e dopo di lui. Per più di 15 anni ha rappresentato la Fiorentina per 429 volte, rinunciando alle tentazioni di una carriera che avrebbe potuto riservargli ben altri allori:

“Avevo l’idea di rimanere per sempre a Firenze anche se ci sono state delle offerte importanti. Nel ’78 con la Juventus, nell’80 andai a cena dal presidente Viola e stavo per passare alla Roma. Agnelli mi disse “Lei è stato uno dei pochi che ha rifiutato la Juve”. Sono frasi importanti, che ti rimangono, ma in fin dei conti reputo quella mia scelta positiva. L’unico rimpianto è di non aver vinto nulla con questa maglia, ma rifarei tutto allo stesso modo. Firenze non ti dimentica”.

Fu il presidente Ugo Ugolini ad acquistarlo dall’Asti, piccola formazione di Serie D, per appena mezzo miliardo di lire. In breve, Antognoni divenne il fiore all’occhiello di una rosa che puntava a ringiovanirsi dopo aver vinto uno Scudetto, secondo ed ultimo nella storia gigliata, nel 1969. Per sua sfortuna Antognoni non riuscirà a ripetere una simile epopea. I suoi successi si limitano a una Coppa Italia conquistata nel 1975 mentre vestiva già i panni di capitano della squadra.

Vladimiro Caminiti, storica firma di Tuttosport, lo dipinse come “Il ragazzo che giocava guardando le stelle“, ad esaltarne l’incedere elegante, lo sguardo sempre alto ad anticipare le intenzioni dei compagni, il sorriso timido e ingenuo che gli solcava il viso. Eppure le stelle che gli avevano insufflato la vita facendolo planare sul prato del “Franchi”, gli volteranno spesso le spalle, gelose forse dell’amore intenso e reciproco tra il campione e la sua città adottiva.

La sua carriera è stata segnata da un calvario di cadute rovinose e faticose risurrezioni. Il 1982 è un anno esemplificativo in tal senso. Scampato a una morte lunga 25 interminabili secondi, Antognoni si isserà per due volte a sfiorare le stelle, prima di ricadere sotto il peso di una realtà cinica e spietata.

Giancarlo Antognoni: la morte sventata per un soffio

Il 22 novembre 1981 il battito di un’intera città si interrompe per 25 lunghissimi secondi. Sono attimi di panico quelli che seguono il violento scontro di gioco tra il portiere del Genoa Silvano Martina e il capitano della Fiorentina Giancarlo Antognoni. Antogno, come viene bonariamente soprannominato dai suoi tifosi, si è lanciato all’inseguimento di un pallone partito da centrocampo. L’estremo difensore genoano esce rovinosamente nel tentativo di sventare la minaccia e travolge il numero 10 colpendolo alle tempie.

L’impatto è devastante, gli provoca la frattura delle ossa craniche occipitali e l’interruzione del battito cardiaco per, appunto, 25 secondi. Solo l’intervento tempestivo del dottor Pierluigi Gatto, medico sociale dei rossoblu, sventa il peggio, ma la carriera di Antognoni appare compromessa. Proprio nel momento peggiore, quando pareva essere giunto il momento di raccogliere i frutti dei tanti sacrifici sostenuti, sia con la maglia della Fiorentina che con quella della Nazionale.

Lo scontro tra Antognoni e Martina

Il ritorno in campo e lo Scudetto sfumato all’ultimo istante

La Fiorentina 1981-82, guidata da Giancarlo “picchio” De Sisti in panchina, era una squadra ambiziosa e competitiva. Il nuovo decennio si era aperto nel grande fermento dell’apertura agli stranieri, che aveva indotto molte squadre ad accaparrarsi il proprio “jolly” di oltrefrontiera. La Fiorentina aveva pescato l’argentino Daniel Bertoni dal Siviglia, che si sarebbe fatto subito notare mettendo a segno 4 reti.

Nell’estate 1981, poi, il patron Neri Pontello avrebbe messo in piedi un perfetto mix di gioventù ed esperienza, affidando alle mani di De Sisti un gruppo solido e finalmente in grado di perseguire traguardi importanti. Sarebbero arrivati in riva all’Arno elementi del calibro di Cuccureddu, Graziani e Pecci, già campioni d’Italia con le maglie di Juventus e Torino e che avrebbero messo la propria esperienza al servizio di un gruppo che aveva in Massaro, Vierchwod e Giovanni Galli giovani di rosee speranze.

Antognoni si trovava finalmente inserito in un contesto alla sua altezza, lui che di quella squadra era stato il fulcro per quasi un decennio. Quando avviene il terribile scontro con Martina, alla nona giornata di campionato, la squadra si trova seconda a pari merito con la Juventus e a un solo punto di distacco dalla Roma. Ci si chiede soltanto se l’assenza del suo capitano, nonché faro a centrocampo, possa pesare sull’economia di un torneo che si preannuncia combattuto e serrato. Giancarlo non ha riportato gravi danni cerebrali, potrà tornare a giocare, ma dovrà comunque rispettare un lungo periodo lontano dai campi. Saranno Graziani e Bertoni a prendere per mano i compagni. Le loro reti risulteranno decisive per le vittorie contro Napoli ed Inter che consegneranno alla squadra il titolo di campione d’inverno.

Puntuale, con lo scoccare della primavera, si rivedrà in campo anche Giancarlo Antognoni. Il figlio delle stelle dimostra di non aver perso la sua verve ispiratrice e, prima offre a Casagrande l’assist necessario per stendere il Cesena, poi decide la sfida contro il Napoli, permettendo alla Viola di restare appaiata alla Juventus.

Napoli-Fiorentina 0-1: il ritorno al gol di Antognoni dopo l’infortunio

Juventus e Fiorentina si trovano entrambe a 44 punti e, in caso di ex aequo saranno costrette al supplemento dello spareggio. Sarebbe il giusto epilogo per un campionato che le ha viste rivaleggiare ed equivalersi per tutto l’arco del campionato. Ma la sorte malevola è sempre in agguato, e tende ad Antognoni il primo tranello di quel 1982 agrodolce. Lo scudetto si gioca tra Catanzaro e Cagliari, con i bianconeri impegnati in Calabria al cospetto di un avversario già salvo, e i sardi che ricevono la Fiorentina andando a caccia del punto salvezza.

Sarà un finale thriller macchiato, come spesso accade, dalle polemiche. Le due gare rimangono inchiodate sullo 0-0 per tutto il primo tempo, fin quando la voce di Enrico Ameri non spezza l’equilibrio e i sogni di tutti i tifosi toscani:

“E’ stato concesso un calcio di rigore alla Juventus. Al termine di un’azione rocambolesca, c’è stato un fallo di mano commesso dai giocatori della difesa del Catanzaro”

Il penalty lo tradsforma Liam Brady, l’irlandese che di lì a poco lascerà Torino per far spazio alle stelle di Boniek e Platini. E’ la fine del sogno. La Fiorentina impatta 0-0 contro il Cagliari e l’euforia per il possibile trionfo si tramuta in rabbia e recriminazioni per una rete annullata a Graziani per una “carica” di Bertoni sul portiere Corti.

Ci hanno rubato lo scudetto” commenterà “a caldo” Antognoni appena rientrato negli spogliatoi. Una rabbia che stempererà anni dopo nelle parole di un uomo maturo ed ironico, mai incline al piagnisteo dinnanzi alle ngiustizie e alle avversità:

“All’ultima giornata, a Cagliari, ci annullarono un gol regolare di Graziani, mentre la Juve vinse a Catanzaro con un rigore, che c’era. Forse non doveva finire in spareggio perché incombeva il Mondiale, e in Nazionale eravamo otto juventini e ciinque della Fiorentina”

Già il “Mundial” spagnolo. Per molti ragazzi di quella generazione l’ultima chiamata per conquistare la gloria iridata. Il gruppo forgiato da Bearzot otto anni prima era giunto ormai al culmine della maturazione e Giancarlo Antognoni ne era il cuore pulsante sin da quando, il 20 novembre del ’74, aveva esordito contro l’Arancia Meccanica del “divino” Crujiff, in uno scontro ideale . Bearzot punta su di lui per guidare la truppa azzurra alla conquista del mondo. Ma il destino, come vedremo, gli si ritorcerà nuovamente contro.

Maledetta Polonia

“Se c’è un rimpianto nella mia carriera, oltre a non aver vinto lo Scudetto, è il fatto di non aver giocato la finale contro la Germania Ovest ai Mondiali di Spagna. Guardai la partita dalla tribuna stampa”.

Per un guerriero come Giancarlo Antognoni, anche un oro mondiale può assumere i contorni di una medaglia all’onore se la sorte ti taglia fuori dalla battaglia decisiva. Il capitano della Fiorentina fu parte integrante della mitica spedizione che nel 1982, partita dopo partita, avversario dopo avversario, riuscì a scrollarsi di dosso le polveri di un inizio stentato e a vincere il Mondiale contro ogni pronostico.

Quel gruppo era stato plasmato da Enzo Bearzot e, nell’edizione precedente, aveva ottenuto un confortante quarto posto alle spalle di Germania, Olanda e Brasile. La rifondazione si era poggiata principalmente sul “blocco Juve” che, sotto la guida di Giovanni Trapattoni, riuscirà a conquistare sei scudetti e quattro titoli internazionali. Antognoni, però, il suo posto in Nazionale lo ha ben saldo. Di quella squadra è l’anima pulsante, l’uomo incaricato di dettare i tempi di gioco. Parte titolare anche in Spagna, con il 10 sulle spalle ma durante tutta la prima fase, nonostante qualche assist delizioso non sfruttato dai compagni, sintomo della sua classe, appare imbrigliato come tutta la squadra. I pareggi contro formazioni modeste come Camerun e Perù, uniti allo scialbo 0-0 all’esordio contro la Polonia fanno scivolare gli azzurri in una spirale di critiche che non salva nessuno.

Solo l’Italia sa come rialzarsi dai momenti di difficoltà, reagendo collettivamente alle avversità che le si pongono davanti. Le gare contro Argentina e Brasile sono ammantate da un’aura leggendaria ben più della finale contro la Germania Ovest. Questo perché contro le corazzate sudamericane l’Italia è data per spacciata, recita il ruolo della vittima sacrificale. Sin dalla partita contro l’Albiceleste, invece, si capisce che qualcosa all’interno dello spogliatoio è cambiato. Il gruppo si è cimentato attorno all’allenatore e, chiuso nel suo silenzio stampa, ha pensato a lavorare per smentire gli scettici.

La vittoria contro l’Argentina è passata alla storia per l’asfissiante marcatura ruiservata da Gentile all’astro nascente di Maradona, ma ad aprire le marcature sarà un gol di Tardelli smarcato in area proprio da un’apertura di Antognoni.

Il vero capolavoro è però servito dalla gara contro i maestri del palleggio brasiliano. Zico e compagni hanno bisogno di un pareggio per accedere alle semifinali. Una formalità, si direbbe, se non fosse che l’Italia riceve aiuto dal suo uomo più in ombra: Paolo Rossi. Pablito nell’assolato pomeriggio di Barcellona si risveglia dal torpore che lo ha tenuto a secco fino ad allora e, con una storica tripletta, proietta l’Italia alle semifinali contro la Polonia, vendicando tra l’altro il pesante 4-1 subito a Città del Messico 12 anni prima.

Italia-Brasile 3-2

E’ una vittoria di misura quella sui verdeoro, ma che sarebbe stata più netta se l’arbitro Klein non avesse annullato il gol del definitivo 4-2 segnato in contropiede proprio da Antognoni. Quell’urlo strozzato in gola, pensandoci a posteriori, sa quasi di cattivo presagio. Come se allo sfortunato regista non fosse concesso di partecipare alla gioia collettiva scaturita da quella storica impresa. I tristi sospetti verranno certificati da quanto accadrà tre giorni dopo contro la Polonia.

Gli azzurri di Bearzot affossano i polacchi, privi di Boniek, con un’altra doppietta di Rossi, e proprio dai piedi di Antognoni parte il cross che permette a Pablito di mettere in porta il primo pallone. Sembra un’altra serata trionfale, ma al venticinquesimo minuto sono i tacchetti del polacco Matysik a frapporsi tra Antognoni e il sogno di giocare la finale. Il polacco si produce in un’entrata dura procurandogli la frattura del piede destro.

Nella smorfia di dolore che accompagna la sua uscita dal campo c’è tutta la consapevolezza di aver perso un’occasione irripetibile. Ancora una volta le stelle non ne hanno illuminato il cammino. Tre giorni dopo, nella finale contro la Germania Ovest, è lui il grande assente confinato in un angolo dello stadio, salirà sul palco d’onore nelle vesti poco gratificanti da spettatore.

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