Adele Nigro, 24 anni, in arte Any Other. Giunta al suo secondo album di studio, interamente scritto e cantato in inglese. Questa volta arrangiato e suonato quasi tutto da sola.
Disco che è appunto il numero Due (“Two”) e che accoglie tra le sue braccia un’intera geografia (“Geography”) di conoscenze fisiche/carnali, taccuino consunto di messaggi, lettere a un amore anch’esso consumato, scaduto. Che a sua volta ha vampirizzato, polverizzato le certezze dell’autrice, che in una mappa geografica spiegazzata tra camere d’albergo e rifugi temporanei prova a fare i conti con i fantasmi di un abbandono.
Meglio partire da qui: prima di raccontare cosa c’è dentro e tutto intorno a quest’album di rara bellezza, senz’altro tra i migliori dell’anno (e non solo), proviamo a intuire alcune delle suggestioni suggerite dai testi. Degli umori, temi, sensazioni che colorano, innervano l’opera: come si diceva è appena andato in scena un addio, perdita che genera voragini d’autostima; fantasmi di qualcuno o qualcosa. Poche ma importanti domande cui si cerca di dar risposta esauriente senza tuttavia un’adesione davvero convinta. Fingendo (per ora) di potercela fare. Sapendo e non sapendo cosa è più giusto. Ricordi sbiaditi, a malincuore.
Nascondersi nelle pieghe del privato, dunque. Senza sentire quasi più nulla.
A volte senza neppure la forza di certe piccole azioni quotidiane.
Dovrei, lo so, ma ancora non ce la faccio.
E allora ecco la colonna sonora del mio letargo.
Basta domande, basta ammissioni: solo voglia di dimenticare.
Reimparare a camminare, cantando e suonando. Senza dipendere più da nessuno.
Chiudere al cinismo, ai calcoli strategici, a chi desidera salvarti o aggiustarti.
Aprire la porta solo per accogliere il nuovo sé.
Dieci brani figli di un lavoro maturo, complesso, stimolante come davvero pochi altri sulla scena italiana. Album che di italico, in senso stretto, ha giusto le nazionalità dei musicisti coinvolti: nulla in questi 34 minuti ha un sapore, un’intenzione, una collocazione direttamente assimilabile a quanto di nostrano potremmo ascoltare oggi, tanto in ambito ‘mainstream‘ quanto sul frangente ‘underground‘.
Adele ha un accento inglese perfetto, timbro espressivo. Il suo cantato accade spesso come un flusso di coscienza confidato per la prima volta, cui l’ascoltatore dovrebbe avvicinarsi come in punta di piedi, tanto è intimo e privato lo spettro di argomenti trattati.
L’autrice dimostra di aver imparato molto dalle esperienze condotte in seno alle altre band in cui ha militato (Halfalib e Colapesce). Piacerebbe senz’altro
a certi nomi americani del calibro di Jim O’Rourke e David Grubbs. Nel suo album ci sono tante idee diverse per ogni brano, forma libera e costruzione non lineare: questa la scelta avvincente di Any Other affinché tutto possa accadere e sorprendere l’ascoltatore.
Laddove il disco d’esordio attingeva molto di più alla forma canzone e a una certa idea di elettricità tesa, sincera e graffiante, sorella del miglior indie rock di matrice americana (Pavement; Built To Spill; Speedy Ortiz; Waxahatchee), questo album ha un cuore caldo, languido e acustico come il legno delle chitarre, che sostengono gran parte dell’opera con fraseggi d’accompagnamento cui fanno da contraltare i vari inserti strumentali (sezione ritmica; piano elettrico; tastiere; archi e fiati), che zampillano improvvisamente sulla scena ma senza inutili virtuosismi. Vengono usati per scompaginare le carte e arricchire la texture, colori e luci al servizio di un arrangiamento minimale e solitario solo un attimo prima.
Nel suo guardare devota a certa America senza confini/senza barriere, l’autrice non fa tuttavia il verso a nulla e a nessuno, non opta per un prevedibile calco stilistico di repertori altrui.
Non ha paura di sperimentare, di osare, di alzare l’asticella del rischio artistico/creativo, senza facili concessioni/ammiccamenti radiofonici.
Latita la formula classica ‘strofa/bridge/ritornello’, quella in grado di condurci sani e salvi da “A” a “C” passando per “B”. La nuova incarnazione di Any Other è Musica post moderna solo vagamente imparentata con il rock ‘classico’. Musica che non ha più bisogno dei vincoli, degli appuntamenti obbligati di certe convenzioni cosiddette “indie”. Ma che al tempo stesso riesce a suonare tutt’altro che accademica, boriosa e quindi tortuosa/evitante. Ogni brano appare al contrario fresco, accogliente nella sua malinconia testuale e timbrica. Come un animale raro e affascinante, in grado di stupire ogni qual volta si mostra, si muove, ci guarda e poi volta le spalle.
Sono 10 brani da ascoltare con la dovuta buona disposizione, per scoprire pian piano ogni dettaglio. C’è voglia di giocare alle proprie regole, di porsi all’avanguardia, senza tuttavia rinunciare ad appigli melodici/armonici capaci di tenere l’ascoltatore col fiato sospeso e il cuore che batte.
Il risultato è un gioiellino esportabile e appetibile soprattutto all’estero, complice la lingua.
Non a caso, prima di iniziare la tournée italiana, Adele sarà coinvolta in un giro europeo di concerti (Germania; Svizzera; Olanda; Francia; Regno Unito), cui auguriamo il tutto esaurito.
Perché in tempi come questi – popolati di cantautori paraculi o perennemente sconvolti, di trappisti e poppisti amici del fattore X – la nuova musica di Any Other è un tesoro che forse non meritiamo, affiorato a pelo d’acqua solo per caso sulle rive della nostra penisola.
Ariel Bertoldo





