Giorni di negoziati nella maggioranza, e di polemiche da parte delle opposizioni, non hanno evitato al governo italiano una prima sconfitta sulla riforma elettorale, portata avanti dalla premier Giorgia Meloni a poco meno di un anno dalle elezioni politiche. Per un voto, alla Camera, non passa l’emendamento sulle preferenze su cui Giorgia Meloni ha “messo la faccia” arrivando a sfidare le opposizioni con la richiesta di contarsi senza ricorrere al voto segreto. Finisce così una giornata che ha registrato un pienone visto raramente in Aula, coi ministri-deputati corsi al proprio scranno dopo il Cdm per partecipare a una votazione che è finita, come nel centrodestra sembrava non si aspettassero più, con il ko sulle preferenze.

Il voto alla Camera dei Deputati martedì ha visto la bocciatura (188-187) dell’emendamento più significativo tra quelli presentati, quello sulla reintroduzione delle preferenze messo a punto dal partito della premier, Fratelli d’Italia (FDI), insieme con Noi Moderati e l’UDC. “Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze”, ha commentato Meloni su Facebook dopo il voto, “ha vinto la palude”.

Uno dei leader dell’opposizione, il segretario del Movimento 5Stelle, Giuseppe Conte, chiede invece al governo di “aprire la crisi di governo e andare a casa”. “È il momento di dare al paese un governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento” ha aggiunto la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

Cosa prevede la riforma elettorale

La riforma disegnata dal centrodestra prevede una legge elettorale che premia chi ottiene almeno il 42 per cento dei voti, eliminando il sistema attualmente in vigore, basato anche sui collegi uninominali che funzionano con il sistema maggioritario. Il nuovo meccanismo sarebbe proporzionale, con un premio di maggioranza pari al 55-57 per cento dei seggi per chi supera la soglia di voti appena menzionata, ossia il 42 per cento, e con l’obbligo di indicare il potenziale premier.

Rispetto al Rosatellum, quello che è stato definito “Stabilicum” avrebbe previsto un ritorno alle preferenze. Oggi, infatti, i cittadini sono chiamati a esprimersi su liste bloccate di candidati. Il testo dell’emendamento, presentato con prima firma da Fratelli d’Italia insieme a Noi Moderati e Udc, e in seguito sostenuto anche da Lega e Forza Italia, prevedeva l’introduzione di un sistema misto, con i capilista bloccati e la possibilità di esprimere fino a un massimo di tre preferenze scritte per i candidati di una lista composta da sette nomi nei collegi plurinominali.

Nel caso in cui un elettore avesse deciso di esprimere più preferenze, sarebbe stato introdotto un meccanismo uguale a quello già previsto dalla legge elettorale per le elezioni europee. Sarebbe cioè scattato l’obbligo di scegliere candidati di sesso diverso.