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Marzo 4, 2021, giovedì

Basta fast fashion, ma il vintage è inclusivo?

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Da quasi un anno ho smesso di comprare fast fashion. Basta con i grandi marchi della distribuzione della moda che inquinano e che sottopagano i propri dipendenti oltre ad usare materie prime scadenti. Basta con il sogno impossibile dello chic a 9.99. Stop al basic che dura un pomeriggio o all’eccentrico finto sfrontato che alla prima festa indossiamo in sei. 

Tra mercatini, catene di negozi vintage, marchi sostenibili, brand che usano lana e cachemire rigenerati e app di vendita capi di seconda mano on line, me la cavo bene. (A parte le calze: ancora non ho trovato negozi alternativi alla grande distribuzione che vendano collant).

Certo c’è stato il lockdown che ci ha trasformato in esseri per il cinquanta per cento del nostro tempo vestiti da pilates, c’è stato un brusco contenimento emotivo di tutta la sfera dell’effimero e della seduzione, c’è stata la mannaia dello smart working per cui va bene anche vestirsi bene solo nella parte superiore del corpo….

I negozi vintage sono per tutti?

E poi, avrò mille difetti, ma con i vestiti usati, rimediati e tramandati mi trovo bene. Molto spesso, quando mi vesto con cose improbabili, c’è sempre qualcuno che mi dice “eh, ma tu hai il fisico per poterli portare” ed io subito a pensare che è un modo carino per dire “vai avanti tu che a me mi vien da ridere”… Invece, con il lievitare ed espandersi del mio corpo a causa della gravidanza, sono stata messa di fronte a una scottante verità : siamo sicuri che il vintage sia inclusivo?

Visto che le cose non succedono mai per caso, sono incappata in una litigata tra due note influencer femministe su instagram. Il motivo del contendere era il seguente: l’influencer A sosteneva che per essere un’attivista femminista non dovevi usare fast fashion e vestirti solo con brand sostenibili o vintage, l’influencer B rispondeva che i brand sostenibili costano un occhio della testa e sono per fighette e che trovare nei negozi dell’usato qualcosa che possa andare bene per le taglie forti ha un coefficiente di difficoltà tipo sacro Graal.

In effetti, in anni di cumuli e negozi specializzati in pulci, raramente ho trovato taglie grandi e se c’erano, erano posteriori agli anni settanta.

Come si vestivano le taglie forti negli anni sessanta e settanta, non ci è dato saperlo. Erano tutti magri con quei quei girovita da completino pura lana vergine dai colori improbabili che stanno tanto bene alle magrissime ragazze alternative appena uscite da una lezione di estetica morale o da un tirocinio in una casa editrice stile Margot Tenenbaum?

Io non credo. C’è forse un buco nero dove finiscono le mode? E quindi il vintage è o non è inclusivo?

I brand sostenibili sono costosi?

Per quanto riguarda la questione brand sostenibili e il loro costo non sono d’accordo. Facendo molta ricerca, soprattutto su Instagram, si scoprono dei marchi piccoli, che utilizzano prodotti e materie prime green e che non costano tanto. Bisogna avere il tempo di cercare, è un lavoro in più ma comprare meno e meglio è un piccolo grande passo per la salvaguardia del pianeta e la difesa di alcune categorie di lavoratori.

Meno vestiti e più responsabilità

Così come stiamo imparando a mangiare meglio, a scegliere la piccola distribuzione alimentare e il biologico, così dobbiamo piano piano tornare alla filosofia delle nostre nonne. Meglio un cappotto buono e un po’ più caro che veda più stagioni che la tentazione di avere tutte la sfumature del Pantone nell’armadio ma della durata di una rotazione terrestre.

Quello che bisogna fare in primis è cercare di comprare meno, affidarsi a negozi che promuovano vintage inclusivo (la catena Humana Vintage per esempio che con la vendita dei suoi vestiti finanzia missioni umanitarie) e soprattutto studiare! Leggendo la storia della moda, guardando film o vecchie illstrazini si trovano spunti e riferimenti che possono stravolgere completamente il nostro modo di vestire. Se lottiamo per una femminiltà non omologata e libera non possiamo piegarci alle dinamiche del fast fashion. Vestirsi può partire da un esigenza di anticonformismo antiborghese e diventare una presa di posizione politica!

Divertiamoci a giocare cercando un nuovo modo per esprimere noi stesse: libere, ribelli e responsabili. Anche in quello che indossiamo.

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@Milavagante

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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