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“Be kind, don’t be a dick”: perché ogni uomo dovrebbe essere femminista

Non ti hanno mai parlato di femminismo a scuola: vero. Non ti hanno mai corretto dopo aver usato la f-word “per scherzare” tra amici (…): triste ma vero. Nessuno ti ha spiegato che “transgender” non è sinonimo di “sexworker“. Ok: il contesto non è stato d’aiuto. Ma quante volte hai scelto di (non) domandarti cosa voglia dire essere femminista? Ti sei mai chiesto se/perché un uomo dovrebbe esserlo? È possibile essere allo stesso tempo uomo e femminista? Vedila così: se fossi nato afro-discendente nello stesso ambiente in cui hai vissuto, avresti avuto le stesse opportunità? Avresti subìto più o meno discriminazioni? Ora continua: da afro-discendente e gay? E da afro-discendente, gay e transgender? Rideclina tutto da capo per il genere femminile… Ecco: esercitiamoci alla sensibilità e responsabilizziamoci all’emergenza. Esistere significa occupare uno spazio. Occupare uno spazio vuol dire prendere posizione:
BE KIND. DON’T BE A DICK!

Patriarcato: l’origine in a nutshell

<<D’ou venons-nous? Que sommes-nous? Ou allons-nous?>>

Prendi un gruppo sociale di individui che per ragioni x (forza fisica, influenza, politiche, contesto socio-culturale,…) si trova ad occupare posizioni di rilievo. Immaginalo istituire un sistema resiliente ai secoli fondato su controllo e oppressione degli altri generi – atipici/inferiori per tratti e caratteristiche rispetto a quelli riconosciuti come dominanti – utilizzando uno strumento coercitivo di potere (chiamato “sessismo“). Il fine? Impedire pari possibilità di accesso a posizioni di rilievo/realizzazione personale ai discriminati.Ecco a voi lo spartito del patriarcato. È evidente quanto questo sistema non contempli un essere vivente calato all’interno di una società complessa e multi-sfaccettata come quella contemporanea.
Un individuo incapace di rispecchiarsi in canoni dicotomici che trascurino tout court genere, orientamento sessuale, etnia, disabilità, provenienza geografica e sociale, religione e così via. Ma se questa struttura (dis)valoriale risulta così anacronistica, citando l’omonimo libro di Naomi Snider, perché il patriarcato persiste?

Patriarchy kills my vibes

Nell’ottica patriarcale, risulta sconveniente diffondere un’educazione che scardini e metta in discussione i benefici acquisiti dal potere stesso. È più utile assecondare la misconception: femminismo = donne incazzate, sminuendone valori e argomenti. In più, bisogna compiere uno sforzo mentale e abbandonare tutto il corredo di influenze culturali/psicologiche che canonicamente associano alla mascolinità determinate risposte comportamentali standard (ostentazione di sicurezza, repressione dei sentimenti, dimostrazioni di virilità non richiesteanche a costo di sminuire altre categorie,…) Ma non basta. Non è sufficiente condannare chi pratica violenza fisica o verbale.
Così come non è sufficiente per un uomo bianco cisgender, supportare il femminismo indossando tacchi e calze a rete. Serve MOLTO di più. Presupposti minimi insindacabili: adesione nei princìpi e partecipazione concreta. Usa un linguaggio rispettoso e il più possibile inclusivo. Non assecondare il consenso diffuso al macismo lessicale che sminuisce le minoranze in modo sessista denigratorio. Essere un uomo femminista significa garantire parità opportunità a chiunque, prescindendo il genere.

Privilegi e privilegi

Privilegio NON è sinonimo di agio, benessere economico o welfare bancario (nonostante il modello fallocentrico mostri significativi gender pay gap a svantaggio delle donne). Condividere parte del proprio privilegio non vuol dire staccare assegni a degli sconosciuti, ma legittimare il dovere al rispetto. Riconosciamo prima, superiamo poi insieme le condizioni di pregiudizio e ritardo culturale che impediscono a determinate categorie di accedere a posizioni di rilievo lavorative, sociali, altrimenti impossibili all’interno della logica patriarcale.

“Il genere invisibile”

Che genere di uomo sei, se appartieni a un genere invisibile?

Sei abituato e spinto a mascherare la tua sfera emotiva, psicologica o privata in virtù di uno stigma sociale che ti preclude la vulnerabilità; un sistema peraltro creato proprio da uomini che – in questo caso – diventano inconsapevole parte lesa del loro stesso meccanismo di controllo: il patriarcato (“maschio capobranco è confuso, talmente confuso da colpirsi da solo”). Dunque come può definirsi un genere che sceglie di nascondere la propria emotività se non “invisibile“. Il dualismo polarizzante dell’uomo incline al distacco emotivo e della donna all’accudimento ansioso, non sono bias naturali, ma retaggi sedimentati attraverso mezzi politici. Nel rispetto delle reciproche differenze, polverizziamo i falsi miti. Diventiamo le persone che vorremmo affianco.

Perché essere femminista

Puoi definirti un uomo femminista se credi nella parità, e non nell’uguaglianza. La prima rimuove gli ostacoli ingiusti che impediscono ai discriminati di raggiungere pari condizioni rispetto ai privilegiati. La seconda promuove messaggi utopistici e irrispettosi verso la naturale diversità del singolo individuo. Se la parità apre, l’uguaglianza comprime.
Il femminismo che ça va sans dire – pone tra i diversi traguardi il raggiungimento della parità, si colloca in antitesi rispetto al separatismo di matrice patriarcale, a.k.a. il responsabile degli idealismi divisori tra i generi. Il femminismo inoltre, non colpevolizza mai l’uomo tout court, piuttosto analizza e propone un modello sociale inclusivo alternativo.
Il sessismo, dalla sua, utilizza mezzi (vedi mansplaining, pratiche di emarginazione et similia) per sminuire le capacità di eventuali minacce all’equilibrio del sistema di potere.
Anno 2022; è ora di diventare una società coesa. Nessuna donna deve ancora avere timore di prendere un notturno e nessun uomo, se incrociato in corridoio, deve ancora essere giudicato a prescindere come macchina da violenza. Ma soprattutto: se davvero vuoi essere un uomo femminista, non aspettare il cambiamento degli altri. Diventalo.

Piergiorgio Thunderstone

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