Il 7 aprile del 1915 nasceva a Filadelfia Eleonora Fagan, in arte Billie Holiday, una delle donne che hanno segnato indissolubilmente la storia della musica jazz e blues. Il suo tratto distintivo? Una gardenia bianca tra i capelli. Lady Day è una voce senza tempo e uno dei simboli della lotta contro le leggi razziali negli Stati Uniti della supremazia bianca dei primi decenni del Novecento.
L’infanzia difficile tra Baltimora e New York
Holiday nasce dall’unione tra due adolescenti: Sarah Fagan, ballerina di fila e Clarence Holiday, suonatore di banjo che abbandona quasi subito la famiglia per seguire le orchestre itineranti in giro per gli Stati Uniti; cresce tra Baltimora e New York, conoscendo fin da bambina la crudeltà della realtà statunitense di questo periodo. Finisce in riformatorio a 11 anni: prova a denunciare lo stupro subito da un vicino di casa, ma non viene creduta in quanto nera, e perciò condannata.
L’esordio di Billie Holiday nei night club di Harlem
A 15 anni, la giovanissima Billie inizia a scoprire le sue doti canore ed incomincia così ad esibirsi come cantante nei night club di Harlem. Viene chiamata ‘’Lady’’: è infatti l’unica tra le sue colleghe, che si rifiuta di ricevere le mance dai clienti dei locali notturni nella camicetta o tra le gambe. Nel ’33 viene scoperta dal produttore discografico John Hammond; è grazie a questo incontro che Holiday inizia a collaborare nel corso degli anni Trenta con i più grandi jazzisti del momento. Tra i vari, ricordiamo nomi del calibro di Benny Goodman, Count Basie, e Artie Young. Quest’ultimo, clarinettista jazz di fama mondiale e storico amico della cantante, forgerà per lei il nome ‘’Lady Day’’.
La lotta al razzismo
Billie porterà alla fama nel 1939 la canzone ‘’Strange Fruit’’, brano scritto e musicato da Abel Meeropol, insegnante ebreo-russo del Bronx. È un testo di denuncia nei confronti delle leggi raziali: lo strano frutto a cui si allude, è il cadavere impiccato di uno schiavo nero che penzola da un albero nelle piantagioni bianche. Holiday conosce bene i rischi che comporta l’esecuzione di questo brano, ma combatte ad ogni costo per cantarla in ogni locale le venga concesso. Anche se questo le costerà ben 18 mesi di carcere.
Passano gli anni, e la fama di Lady Day continua a crescere. La sua voce calda e contemporaneamente straziante fa innamorare chiunque la ascolti. Non mancano altrettante collaborazioni con grandi nomi della scena jazz americana; tra tutti, spicca l’intramontabile Louis Armstrong, grande amore della cantante, con cui appare anche nel 1947 nel film ‘’La città del jazz’’. ”Lover Man’‘, ‘‘God Bless the Child’‘ e ‘‘Solitude” sono alcuni dei titoli cantati da Holiday nel corso degli anni Quaranta. Le leggi razziali, tuttavia continueranno sempre a rappresentare un ostacolo importante. La cantante, infatti, durante le tournée è costretta a condizioni disumane a causa del il colore della sua pelle.
Gli anni ’50
Alla fine degli anni Cinquanta, dopo un tour in giro per l’Europa, Holiday scopre di essere malata di cirrosi epatica. Il suo manager, e le persone più vicine cercano di convincerla invano a farsi ricoverare in ospedale. Prova a smettere di bere, ma ricomincia dopo poco tempo. Qualche mese dopo, nel 1959, viene trovata incosciente nel suo appartamento di New York. Viene ricoverata al Metropolitan Hospital Centre, dove poco tempo dopo morirà.
L’eredità artistica che ci lascia Billie Holiday non ha tempo. La magia di una voce che è mille cose insieme, il coraggio di una donna che non si ferma davanti a niente e a nessuno, e che continua fino alla fine la sua lotta contro la supremazia bianca.
Caterina Frizzi
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