Cultura

Blake è Kurt Kobain in Last Day di Gus Van Sant. Talking pictures

Secondo episodio di Talking Pictures, la rubrica che da voce alle immagini. Questa volta ci tuffiamo nel vortice del dolore raccontato da Gus Van Sant in Last Day. Le ultime ore del leader dei Nirvana, Kurt Cobain, vengono elaborate nelle sequenze di questa pellicola che mettono in scena la depressione dell’artista statunitense.

Cos’è Last Day? Un annuncio disperato di un uomo solo che ha chiuso i ponti con la vita terrena rintanandosi in un suo personale limbo creato dal suo genio e dalla sua malattia. È la perdita di ogni stimolo, un corpo lasciato a se stesso, spogliato da ogni convinzione lasciato a marcire dentro 4 mura. Last Day è sopratutto l’ultimo viaggio di Kurt Cobain verso la sua amata morte come fine per far passare tutti i suoi turbamenti. L’immagine è documentaria, una forte luce naturale ci inserisce in un clima di assoluto realismo che vede Blake (alter ego di Cobain) vagare nella selva oscura di un bosco prima di imboccare la strada che lo condurrà alla redenzione. La strada è lunga e tortuosa e non priva di ostacoli da superare. Si lava in un fiume ma non riesce a purificarsi e deluso dalla natura urinerà nel corso d’acqua. Affronterà la notte illuminato solo dalla luce del fuoco per scacciare i cattivi pensieri riuscendo a riveder le stelle per arrivare, il mattino seguente, nel suo limbo personale dove ne uscirà soltanto con la morte. Il clima che si respira è di assoluto isolamento dal mondo. Blake non parla, si lascia trasportare dagli stimoli ed è totalmente in balia della disperazione. Ha abbandonato ogni sua caratterizzazione, si cambia sempre di abito assumendo anche le sembianze femminili. Abbandona anche la sua sessualità definendo vane tutte le cose che lo circondano. Quattro guardie/amiche sorvegliano il suo corpo il quale è solo un simulacro di un anima in trappola. Ogni gesto che compie viene considerato come normale. Ogni folle comportamento viene da loro reputato come parte della sua personalità, ignorando i segnali d’aiuto che il ragazzo manda. Un limbo ateo dove i giovani sbeffeggiano le comunità religiose e si lasciano trasportare dai desideri più carnali. Un ambiente dove Blake gira come un fantasma, colpendo di striscio chi gli sta intorno. Qualsiasi cosa va bene purché rimanga “protetto” tra le loro mura e non disturbi gli interessi degli altri. Solo nella sequenza con la madre vediamo chiaramente un suo dialogo. Blake sa parlare ma egli è assente! Vuole essere lasciato solo in preda ai suoi turbamenti. La moglie e la figlia sono tracce lontane della sua precedente vita esso non è più in grado di andare la fuori e di affacciarsi alla vita comune. Il film mostra il lento abituarsi ad una condizione di reietto asociale che  abbandona la civiltà. Nella conversazione sopra citata decide di non seguire la madre e compiere fino in fondo il suo scopo. Vuole staccarsi dalla massa informe che compone l’umanità per imporsi come colui che ha eliminato la materialità. Gli avvenimenti non sono lineari, gesti che si ripetono da punti di vista differenti dando l’idea di una routine continua. Il tempo che si allunga e sembra infinito. Gus Van Sant è bravo nel racchiudere in un ora e mezza tutto il tormento e la disperazione di una giornata intera di un depresso cronico. Ultimo giorno è il titolo tradotto in italiano. Noi conosciamo che Blake è in realtà Kurt Cobain e che da li, nel giro di 24 ore, come suggerisce il titolo dell’opera, si ucciderà con in arma da fuoco. Appena lo vediamo aleggia subito l’area di morte e ci aspettiamo il peggio. Quando gioca con il fucile la sua morte sembra in agguato e attendiamo che il proiettile lo uccida. Ma questo avviene alla fine della pellicola quando, lasciato solo, dopo gli ultimi gridi d’aiuto, si uccide in balia dei suoi pensieri. Cobain è come un mago che blocca il proiettile con la bocca; fino a quando il trucco riesce egli è considerato un grane illusionista ma se questo fallisce allora verrà definito come il più egoista tra i suicidi. Kurt è questo! Mai ascoltato dallo gente, il suo sparo riecheggia nelle nostri menti che ipocrite non hanno ascoltato le sue grida disperate. Non ci sono immagini oniriche ma solo lucidi visioni di uno squarcio di giornata di un osservatore misterioso. Documenta la vita di quelle 5 persone e le monta in maniera casuale creando un collage di attimi e di sensazioni. Non ci sono le musiche dei Nirvana perché in questo film non avviene mai l’illuminazione buddista ma semmai una regressione animalesca. Il regista indugia sui corpi maschili in maniera quasi maniacale; essi sono magri, a tratti scheletrici e rappresentano le sofferenze di un male che non è fisico ma mentale. Alla fine arriva la morte. Tanto agognata è arrivata. Death to Birth canta Micheal Pitt recitando la parte di Blake. La nuda anima di Kurt Cobain esce nuda dal suo corpo e può volare verso l’empireo. Ora è libero, si è deciso. Un’agonia per liberarsi definitivamente da tutto il peso materiale di una vita che non ha mai accettato.

Quinto De Angelis

Back to top button