La lotta al narcotraffico in Bolivia ha appena subito una svolta decisiva. Le forze di sicurezza hanno individuato e distrutto numerose infrastrutture nel dipartimento di Cochabamba destinate alla lavorazione e produzione di cocaina. Per la popolazione locale la coca ha un valore culturale e tradizionale, tuttavia una parte sostanziosa della coltivazione viene deviata verso reti illegali.
La produzione legale di coca in Bolivia alimenta la rete criminale di cocaina
Le autorità riferiscono che le strutture smantellate comprendevano impianti clandestini utilizzati per la trasformazione delle foglie di coca in prodotti illegali, nascoste successivamente in zone rurali. L’operazione per la lotta al narcotraffico rientra in un piano nazionale ben più ampio, volto a contrastarne la produzione e il traffico. L’obiettivo identificato, inoltre, mira a colpire non solo la fase ultima del trasporto, ma anche le fasi iniziali della filiera criminale. Ciononostante, le autorità riconoscono che parte della produzione sia finalizzata alla vendita legale per la popolazione locale, eppure una parte della produzione supera notevolmente i limiti consentiti. Pertanto, il contrasto di cui stiamo parlando si mostra cruciale per intaccare significativamente la capacità produttiva.
La trasformazione in cocaina ha inevitabilmente un impatto sull’economia boliviana, specie nelle zone rurali. Per migliaia di persone, infatti, la coltivazione della coca (la pianta da cui viene estratto l’alcaloide psicoattivo dalle foglie) rappresenta la principale fonte di reddito. Questa è la principale motivazione che rende così ostico eliminare completamente la produzione senza causare seri problemi sociali. Simultaneamente, la stessa produzione che fornisce reddito, procura flussi finanziari ingenti alle organizzazioni criminali. Secondo alcune organizzazioni internazionali e analisti, una buona parte delle attività agricole tradizionali incentiva considerevolmente il mercato nero.
Tra coltivazione superiore al limite e rapporti tesi con gli Stati Uniti
Dal 2023 al 2024 si è verificato un aumento del 10% della superficie coltivata di coca, arrivando a circa 34.000 ettari. In alcune regioni prevalentemente agricole, come le Yungas di La Paz, sia nel Trópico di Cochabamba, l’incremento è stato notevole. Ad oggi la legislazione boliviana consente circa 22.000 ettari per usi tradizionali, eppure la coltivazione è nettamente superiore al limite. Si stima, infatti, che le tonnellate di foglia di coca essiccata possa arrivare a 72.887 tonnellate.
La lotta al narcotraffico si inserisce in un quadro ben più ampio che coinvolge anche gli Stati Uniti. Un rapporto che si è sempre mostrato complesso e, talvolta, segnato da tensioni politiche. Gli USA per lungo tempo ha classificato la Bolivia come principale produttore di droga illegale, incitando alla messa in atto di politiche volte a sradicare il problema. Uno dei primi eventi che ha portato alle tensioni tra Bolivia e Stati Uniti risale al 2008. In quell’anno, infatti, il governo boliviano guidato da Evo Morales decise dei espellere la Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense.
Secondo Morales, l’agenzia federale non rispettava la sovranità nazionale. Pertanto, la cooperazione tra i due paesi si cristallizzò, incentivando la Bolivia a un approccio basato sul controllo sociale della coltivazione di coca. Tuttavia, dall’insediamento Rodrigo Paz, la politica estera ha subito diversi mutamenti. Quest’ultimo, infatti, ha annunciato una riapertura delle relazioni diplomatiche con Washington. La collaborazione sembra indispensabile per la lotta al narcotraffico.
Stefania Cirillo





