Nello studio di Belve Crime, Massimo Bossetti si racconta, in un colloquio inedito, a tratti anche teso, in cui ripercorre – per la prima volta in modo così dettagliato – i momenti più delicati e decisivi di una vicenda che ha segnato la memoria collettiva degli italiani. Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la ginnasta 13enne di Brembate di Sopra, scomparsa il 26 novembre 2010 e il cui cadavere è stato scoperto il 26 febbraio 2011 in un campo aperto a Chignolo d’Isola, si è sempre dichiarato innocente.

Nelle anticipazioni della puntata di oggi di Belve Crime, Bossetti, rispondendo a una domanda sul suo Dna trovato sugli slip e sui leggins di Yara, così come confermato “da analisi compiute più volte”, ha dichiarato: “È tutto assurdo, non ho mai compreso”.

La linea auto-assolutiva di Massimo Bossetti si ripete identica a quella di sempre: negare categoricamente la validità delle indagini perché «fatte con il culo». In particolare, i dubbi del 54enne risiedono sulle analisi del materiale genetico trovato sul cadavere della ragazzina di Brembate di Sopra. «Il Dna nucleare, che normalmente si dovrebbe disperdere in poche settimane, invece era ancora presente. Il Dna mitocondriale, che è risaputo da tutti che non si può disperdere, non c’era», sostiene Bossetti. Impassibile Fagnani, che dopo aver sottolineato che la quantità di materiale genetico trovato sul cadavere non fosse «neanche poco», ricorda all’ex operaio bergamasco come «il Dna nucleare evidenzia in modo univoco l’identità di una persona». Non solo. La validità legale e forense, tra le due tipologie di Dna, ce l’avrebbe proprio quello nucleare, trovato in grandi quantità sugli slip di Yara e attribuito a Bossetti.

L’intervista è stata registrata nel carcere di Bollate a Milano, dove l’ex muratore di Mapello sta scontando la sua condanna.